Correlazione pandemia-democrazia? Intervista a Maurizio Bolognetti

sociologia sanitaria clinica

di Sergio Mantile

Prima di entrare nel tema che ci sta a cuore, ossia la gestione politico-sanitaria dell'emergenza covid-sars, vorremmo che ci raccontasse brevemente come è iniziata la sua carriera di giornalista a Radio Radicale, con quali motivazioni, e inoltre quali sono stati alcuni suoi servizi giornalistici che si sono dimostrati di maggior impatto.
Collaboro con Radio Radicale dal 2010 e per Radio Radicale ho realizzato circa 2000 servizi. In precedenza avevo collaborato con il settimanale “Il Resto”. Le motivazioni? Dar corpo a un giornalismo capace di ascoltare, raccontare la realtà, verità taciute, svelare ciò che è nascosto, mostrare che il re è nudo quando tutti dicono che indossa abiti sfarzosi. Qualcuno ha detto che il giornalismo dovrebbe essere “il cane da guardia del potere”. Ahimè, in Italia abbiamo troppi “sarti” e troppi giornalisti afflitti da quella che ho definito “sindrome dello zerbino”. Benedetto Croce diceva che il buon giornalista ogni mattina deve dare un dispiacere a qualcuno. Non citerò Francesco Guccini e quel “spiacere è il mio piacere”, ma credo, a rischio di apparire autoreferenziale, di aver dato molti dispiaceri in questi anni. Ogni giorno ho provato ad onorare l’einaudiano conoscere per deliberare. Alcune mie inchieste sull’operato delle compagnie petrolifere e della Edf hanno portato alla luce gravi vicende di inquinamento ambientale. Con i piedi che affondavano in una vasca fosfogessi o passeggiando in zone devastate da veleni industriali e politici, ho raccontato “non luoghi”; luoghi dimenticati e da far dimenticare, che ricordano le città segrete di sovietica memoria.

Quali sono le caratteristiche distintive del giornalismo investigativo e a quali difficoltà – eventualmente anche a quali rischi – può esporre l’operatore della informazione che lo pratica?
Il giornalismo d’inchiesta o investigativo che dir si voglia, ti porta a scavare, a fare domande scomode, ad incalzare i tuoi interlocutori, a far uscire fuori dai cassetti e dagli armadi informazioni di pubblico interesse trattate alla stregua di segreti di Stato. Vai sui luoghi oggetto delle tue inchieste e spesso capita che la tua presenza non sia affatto gradita. Succede, quando sei alla ricerca della verità, di entrare in rotta di collisione con poteri che non gradiscono “ingerenze” e allora non è raro che si finisca per diventare oggetto di aggressioni e minacce più o meno velate. Capita, ed a me è capitato, di essere oggetto di querele temerarie che hanno la evidente finalità di tapparti la bocca. Per 12 anni ho dovuto difendermi da fantasiose accuse in alcuni tribunali, da Cosenza a Catanzaro passando per Potenza e Lagonegro. Dicevano che avevo diffamato. Sono stato sempre assolto.

Ci potrebbe citare qualche esempio, estraendolo dalla sua personale esperienza?
Il 19 giugno 2015, Art. 21 pubblicò sul suo sito un’intervista curata da Stefania Battistini, intitolata “Il giornalista filma e il carabiniere apre la fondina”. Quell’articolo iniziava così: “Un giornalista che filma e un carabiniere che apre la fondina. A guardare questa scena ripresa dalla telecamera di Maurizio Bolognetti si stenta a credere possa essere accaduto in Italia”. Ero a Viggiano per realizzare l’ennesimo reportage sul Centro Olio di proprietà della joint-venture Eni-Shell. Non feci nemmeno in tempo a scendere dalla macchina che accadde l’impensabile: pistola vs telecamera. Due anni dopo nel depuratore consortile di Viggiano sbucò il petrolio. Potrei dire che è dai miei reportage e dalle mie denunce che è esploso il cosiddetto “Petrolgate”, che nel 2016 ha letteralmente terremotato la Basilicata e non solo. Esempi? Nel 2010, dopo un fermo di circa quattro ore presso la stazione dei Carabinieri di Latronico, la mia abitazione fu perquisita su disposizione di un magistrato della Procura della Repubblica di Potenza. Il magistrato in oggetto voleva conoscere le mie fonti. Ci vorrebbe un romanzo per raccontare questa storia. Mi limito ad osservare che non c’è niente di più inquietante di esponenti delle istituzioni che non onorano il proprio ruolo. All’epoca denunciavo il decadimento della qualità delle acque dei principali invasi lucani e finii sotto inchiesta per aver “rivelato” il contenuto di analisi di laboratorio da me pagate e commissionate. Sotto inchiesta e poi processato per 4 anni e alla fine assolto. Mai nessuno ha fatto luce su quel che emergeva da quelle analisi. Nel 2013 scopro, dalla lettura di alcune intercettazioni telefoniche, che l’allora direttore di Arpa Basilicata, nel corso di una conversazione con il Procuratore capo della Procura della Repubblica di Melfi (sigh!), esprimeva giudizi assai poco lusinghieri sul mio operato. Inquirente e direttore parlavano delle mie denunce e inchieste su un inceneritore di proprietà della Edf. Potrei dire di quando sono stato aggredito e minacciato a Ferrandina, nel non lontano 2018. Stavo documentando con la mia telecamera che c’erano dei piezometri non in sicurezza in prossimità di un’autentica bomba ecologica: la cosiddetta “area diaframmata” della Syndial. Potrei dirne tante, ma forse è meglio che mi fermi.

Nel complesso fenomeno covid-sars interagiscono variabili, sia nazionali che internazionali, di tipo scientifico, industriale, economico e politico, che lei ha osservato e commentato fin dagli inizi. Ci sono state, a suo parere, differenze e/o concordanze tra l'evoluzione internazionale (almeno europea) e quella nazionale di tali variabili?
La “variabile” sulla quale ho appuntato la mia attenzione è la “variabile” antidemocrazia. Ho espresso da subito, nel febbraio del 2020, il timore che l’emergenza sanitaria potesse fare da innesco e determinare un ulteriore deterioramento della qualità delle nostre democrazie, che sono sempre più “democrazie reali”, mutuando la definizione da quel “socialismo reale” che un tempo alcuni utilizzavano riferendosi ai paesi oltre la “cortina di ferro”. Non possiamo non contestualizzare la vicenda Sarscov2 e nel farlo tocca osservare che, nel Paese che ha regalato all’Europa e al mondo intero il fascismo, stanno montando pulsioni pericolose. Sarscov2 non è più una mera emergenza sanitaria; l’emergenza è in primis democratica. Mi spaventa il modo in cui i governi democratici o presunti tali hanno utilizzato lo strumento della paura; mi spaventa e mi fa venire in mente quel Bauman che parlando della paura scriveva: “Di sicuro la costante sensazione di allerta incide sull’idea di cittadinanza, nonché sui compiti ad essa legati, che finiscono per essere liquidati o rimodellati. La paura è una risorsa molto invitante per sostituire la demagogia all’argomentazione e la politica autoritaria alla democrazia. E i richiami sempre più insistiti alla necessità di uno stato di eccezione vanno in questa direzione”.
In nome dell’emergenza abbiamo preso ulteriormente a calci la nostra Costituzione. Quasi attonito ho ascoltato leader politici che a più riprese facevano l’apologia del “modello cinese”, esprimendo ammirazione per l’efficienza di un regime totalitario che nega quotidianamente diritti umani; di un regime nel quale ha preso corpo una inquietante fusione tra comunismo e capitalismo reale.
Mentre alcuni in Italia eleggevano la Cina a modello, lo scrittore Wang Fang scriveva parole dure come pietre rivolte ai mandarini di Pechino: “Un governo sensibile e coscienzioso che comprende il desiderio di conforto della sua gente istituirebbe rapidamente un gruppo investigativo e inizierebbe immediatamente una ricostruzione dettagliata dell’epidemia dall’inizio alla fine, al fine di scoprire chi ha perso le possibilità di fermarla prima, chi ha deciso di nascondere la verità al pubblico, chi l’ha coperta per salvare la propria faccia e chi ha deciso che la vita delle persone era secondaria alla correttezza politica. Quante persone hanno contribuito a creare questo disastro? Le persone devono sapere, al più presto, chi si assumerà la responsabilità. Eppure, la mia impressione è che pochi funzionari del governo cinese riflettano sui loro misfatti, e tanto meno si dimettano volontariamente a causa loro. In tal caso, forse il minimo che il pubblico possa fare sarebbe scrivere una petizione per sollecitare le dimissioni di funzionari che considerano la politica come la loro linfa vitale, ma trattano la vita delle persone come sporcizia”.
Verrebbe da dire che le parole pronunciate da Wang potremmo farle nostre e rivolgerle a coloro che hanno gestito l’emergenza sanitaria nel nostro Paese.
Avremmo bisogno di un po’ di real utopia, che faccia da antidoto a una realpolitik che prepara e spiana la strada ai disastri del futuro.
Guardo a quel che è accaduto e sta accadendo e dico che ovunque questa emergenza è diventata lo strumento che ha alimentato le gioiose macchine da guerra delle propagande di regimi di “democrazia reale” e totalitari.
Nel 2014, Fulco Lanchester, parlando di globalizzazione, democrazia e capitalismo, scriveva: “La grande finanza internazionale e le stesse burocrazie, che caratterizzano l’epoca della globalizzazione tendono a svalutare il momento democratico rappresentativo, perché non funzionale e pericoloso, ammiccando a modelli alternativi (dalla governance aziendale di Singapore, alla burocrazia partitica cinese, al putinismo russo)”.
Io ho il timore che l’emergenza sanitaria possa essere la leva che ci farà scivolare “dolcemente”, per assuefazione, verso democrazie assai poco rappresentative e poco democratiche.

La variabile politica (politico-sanitaria e politica tout court) e quella industriale farmacologica sono sembrate prevalere al punto di farle temere, e ripetutamente stigmatizzare, l'emergenza sanitaria come possibile emergenza democratica. Ci potrebbe brevemente spiegare perché?
Su un corpo malato, il corpo malato di democrazie sfiorite, che hanno perso smalto, si è innestata una situazione emergenziale che si protrae ormai da quasi due anni. Era prevedibile che tutto questo potesse determinare un ulteriore aggravamento di una pregressa emergenza democratica. Volendo usare una metafora, potremmo dire che un corpo debole è stato aggredito da un virus. Il corpo debole, logoro, consunto è quello della nostra e delle nostre democrazie; il virus è l’emergenza. Quanti anticorpi democratici c’erano in un Paese che da tempo è uno Stato criminale sul piano tecnico-giuridico, un Paese che non rispetta la sua propria legalità? Quanti anticorpi in un Paese in cui la Costituzione scritta è stata sostituita dalla Costituzione materiale? Temo non molti.

In particolare, la politica italiana è sembrata percorrere – gradualmente, ma a grandi passi – una sorta di escalation autoritaria nel ridurre gli spazi di confronto scientifico-democratico sul tema covid-sars, aumentando quelli assertivi e prescrittivi, sia sostanziali che simbolici (addirittura inserendo nel governo un generale in divisa a presiedere al processo vaccinale). Ci può periodizzare, in qualche modo, le fasi di tale escalation autoritaria?
Ridurre è un eufemismo. Gli spazi di confronto, discussione, dibattito sono stati letteralmente asfaltati. Siamo andati avanti a “prediche” e “omelie”. Sars-cov2 sembra essere diventato una religione. Ci è stato chiesto di credere, obbedire e combattere; di avere fede nelle divinità della virologia a gettone, nei rappresentati di una scienza assurta a dogma e che si è fatta scienza di regime e nel regime. Per mesi abbiamo ascoltato un Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che ci elargiva i suoi “è concesso” come se fosse stato un monarca assoluto. La sindaca di Roma, l’avvocato (sigh!) Virginia Raggi, il 2 maggio 2020, commentando l’ennesimo Dpcm approvato qualche giorno prima, si esprimeva così: “E’ una concessione che ci viene fatta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma dobbiamo meritarcela”.
Siamo andati avanti per un anno intero a colpi di DPCM. Il Presidente del Consiglio ha operato al di fuori dei limiti previsti dalla Costituzione. Una pericolosa deriva istituzionale che ci ha di fatto portato “all’uomo solo al comando” che, coadiuvato e affiancato da sedicenti esperti, dispone della libertà di un intero popolo con atti monocratici e incostituzionali. Palazzo Chigi ha di fatto esautorato il Parlamento e la stessa Presidenza della Repubblica. Il dramma è che il Parlamento e quel Presidente, che oggi parla di non so quali doveri, nulla hanno avuto da obiettare.
Se poi consideriamo i mesi che vanno da dicembre ad oggi, non possiamo non dirci attoniti per l’autentica campagna d’odio che è stata scatenata nei confronti di chiunque abbia provato anche solo a sollevare un dubbio su questi vaccini, e sottolineo questi. Giornali e istituzioni hanno usato parole quali disertori, stanare, caccia. Hanno messo i cittadini italiani gli uni contro gli altri; hanno venduto inesistenti certezze; hanno mentito, censurato, negato informazioni. Abbiamo assistito alla caccia agli untori e ad autentici linciaggi. Uno scenario devastante. Hanno approvato provvedimenti che in buona sostanza sono dei ricatti di Stato. L’apoteosi, in un crescendo rossiniano, la stiamo raggiungendo con la vicenda del Green Pass. A nulla è servito provare a rammentare a lor signori che il Consiglio d’Europa, a gennaio 2021, ha approvato una risoluzione in cui a chiare lettere si afferma che coloro che avessero deciso di non vaccinarsi non avrebbero dovuto subire discriminazioni. Un generale? Era il minimo in una situazione che ci sta regalando svolte autoritarie in materia di politiche sanitarie e non solo.

Qual è il suo giudizio dell'informazione sanitaria sulla complessa materia covid-sars e vaccini, sia istituzionale che non istituzionale?
Per l’ennesima volta si è consumato nel nostro Paese un attentato nei confronti dei diritti politici del cittadino. E quando parlo di attentato, ci tengo a precisarlo, faccio riferimento all’art. 294 del Codice penale che recita: “Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Le voci non allineate alla narrazione di regime sono state cancellate. Se penso alla stampa non posso fare a meno di citare quel Gaetano Salvemini che nel 1937 scriveva: “Un uomo vale tanto quanto sa. Se gli si proibisce di apprendere nuovi fatti e nuove idee gli si mutila l’anima e la gravità della mutilazione è proporzionata alla durata della sua ignoranza. Senza libertà di stampa, un popolo diventa cieco, sordo e muto. L’individuo si trova isolato al centro dell’esistenza. Si torna inconsciamente al sistema medievale dei clan. Vi regna una notte perpetua in cui vagano spiriti smarriti e vuoti di idee”.
Buona parte della stampa si è limitata a fare da megafono e amplificatore alle posizioni governative. Dalle Piazze Venezia mediatiche, orde di squadristi hanno distribuito quotidianamente olio di ricino e manganellate.
Hanno mutilato l’anima di questo Paese e tocca provare a tenere accesa qualche fiammella per non far calare la notte. Basterebbe dire che nessuno ha spiegato che l’autorizzazione, concessa dall’Ema a questi vaccini, è una autorizzazione all’immissione in commercio condizionata e concessa in carenza di dati su sicurezza ed efficacia.
Mi aspetto che da un momento all’altro ci raccontino che coloro che scendono in piazza, e vengono accomunati dalla definizione “no-vax”, stiano per dotarsi di armi di distruzione di massa.
A più riprese è stata utilizzata la parola guerra e si respira a volte un’aria da “Vogliamo i colonnelli”. A me sembra che l’unica guerra in atto sia quella sferrata contro la verità, il buon senso e il senso del ridicolo.
C’è un lockdown che preoccupa davvero e che è stato alimentato quotidianamente da robuste dosi di paura: il lockdown del pensiero.

Nel suo lavoro giornalistico lei dimostra un rigore alquanto raro nell'informazione attuale, tanto da farla considerare, almeno ai nostri occhi, equiparabile ad un serio scienziato sociale. E, peraltro, lei non si è mai espresso, nei suoi scritti, in favore di una posizione pro vax o no vax, quanto, piuttosto, della possibilità di un confronto scientifico corretto e libero per quanto possibile da pressioni interessate. Un atteggiamento che dovrebbe essere alla base di ogni ragionamento razionale e democratico. Perché, allora, è stato spesso costretto ad azioni non violente e personalmente molto impegnative per comunicare questa posizione?
Provo ad onorare l’einaudiano conoscere per deliberare e presto una necessaria e rigorosa attenzione alla verifica delle fonti. Trovo indecente questo costante tentativo di ricondurre il tutto alla fasulla dicotomia no-vax/si-vax. Personalmente non sono un no-vax nel senso che lor signori attribuiscono a questa definizione. Nel 1973 ero in fila al porto di Napoli per farmi inoculare il vaccino anticolera. Non ho pregiudizi, ma nessuno può chiedermi di credere in Burioni o in Bassetti come se si trattasse di divinità. Se scienza è metodicità del dubbio, devo necessariamente chiedermi dove sia il dubbio nelle parole di chi ha espresso certezze assolute ripetutamente smentite dai fatti. Perché un autorevole scienziato come Montagnier viene dipinto come una sorta di mentecatto? Perché i cittadini di questo Paese non hanno potuto conoscere le posizioni espresse dal virologo Geert Vanden Bossche o dall’infettivologo Pietro Garavelli? In un costante lavoro di scavo, ho fatto emergere un’infinità di conflitti d’interesse sui quali dovremmo interrogarci e che coinvolgono molti degli “attori” di questo dramma sanitario divenuto farsa. Dal 1991 al 2017, solo negli Usa, le società farmaceutiche hanno dovuto sborsare 38 miliardi di dollari in sede penale e civile per risarcire i danni alla salute che avevano causato. Albert Bourla, il Ceo di Pfizer, non è Madre Teresa di Calcutta, ma un uomo che deve realizzare un profitto per i suoi azionisti. A volte la ricerca del profitto entra in rotta di collisione con la tutela della salute pubblica. Nel gennaio del 2014, la prof. Donatella Lippi, docente di storia della medicina, ha scritto un interessantissimo articolo intitolato “I sani nel mirino delle cure”.
La Lippi cita quell’Ivan Illich che nel suo libro “Nemesi Medica”, pubblicato nel 1974, prospetta un futuro distopico in cui tutte le persone sane verranno trasformate in potenziali malati. La storica della medicina, guardando al presente chiosa: “Mentre un tempo si inventavano medicinali contro le malattie, ora si inventano, infatti, malattie per generare nuovi mercati di potenziali pazienti”.
É noto che nel 1976, Henry Gadsen, allora direttore della Merck, dichiarò che il suo sogno era quello di produrre farmaci per le persone sane.
Apparentemente potrebbe sembrare che sia andato fuori traccia. Voglio semplicemente dire che, al di là e oltre la stessa vicenda Covid, occorre evitare che la tutela della salute pubblica possa trasformarsi in mero mercimonio e che qualcuno venda l’anima e Ippocrate al “diavolo”.
Tornando alla vicenda Sarscov2, il dr. Vanden Bossche – e non solo lui – sostiene che “condurre un esperimento di vaccinazione di massa su scala globale, senza comprendere i meccanismi alla base della fuga virale dalla pressione selettiva mediata dai vaccini, non è solo un colossale errore scientifico ma è, prima di tutto, completamente irresponsabile dal punto di vista dell'etica della salute individuale e pubblica”.
Personalmente trovo gli argomenti di Vanden Bossche molto convincenti. Ne abbiamo parlato? C’è stato un confronto in seno alla comunità scientifica? No, assolutamente no. Solo anatemi e scomuniche. Qui stiamo cestinando Galileo e pure Cartesio e vendendo fasulli sillogismi con buona pace di Aristotele.
Considerando che da oltre un anno l’Istituto Superiore di Sanità riferisce che, nel 67,5% dei decessi attribuiti al Sarscov2, i deceduti avevano mediamente 3,6 patologie pregresse gravi, è legittimo chiedersi se per caso non ci sia stata una sovrastima per ciò che concerne le morti attribuite al Covid-19?
É legittimo chiedersi quanti siano stati i decessi figli degli errori compiuti più che del Sarscov2?
Perché ogni volta che vengono pronunciate parole non in sintonia con la narrazione ufficiale e di regime, che quotidianamente ci viene inoculata, quelle parole vengono inghiottite dal nulla?
Quanti sono coloro che sanno che, il 10 maggio di quest’anno, il dr. Guido Rasi ha affermato che sono stati commessi degli errori nella standardizzazione delle cure e che questi errori si son tradotti in perdite di vite umane? Rasi, gioverà ricordarlo, è il principale consulente del gen. Figliuolo.
Quanti sono gli italiani che sanno che l’approccio vigile attesa-tachipirina è stato definito dallo stesso Rasi “un po’ troppo minimalista”? Più che “minimalista”, la parola giusta avrebbe dovuto essere “criminale”, per dirla tutta.
Domande vietate, dubbi vietati, confronto vietato, conoscenza negata.
Con l’azione nonviolenta ho dato corpo alla mia fame di verità, di democrazia e ho rivendicato il rispetto di un diritto umano negato: il diritto alla conoscenza. Democrazia e diritto alla conoscenza sono sinonimi, viaggiano a braccetto. Marco Pannella, che è stato il mio mentore, una volta ha scritto: “Noi stiamo lottando. Non possiamo sparare perché non siamo violenti e quindi spariamo amore, dialogo e lotta di questo genere e gandhiana perché è in corso l’ennesimo crimine di Stato, di partitocrazia e di regime”.

Quali sono stati gli ostacoli – tecnici, professionali, politici ed umani – che si è trovato a dover affrontare nel suo lavoro investigativo sul covid-sars?
La gestione della vicenda Sarscov2 è stata caratterizzata da uno scarsissimo tasso di trasparenza; basta pensare alla vicenda dei verbali del Comitato Tecnico scientifico. Quanto sappiamo dell’operato delle lobby di Big Pharma in quel di Bruxelles e nel nostro Paese? Ecco, ho provato a far luce anche su questo aspetto. Ho dovuto ingaggiare una battaglia campale per costringere l’Ema a pubblicare un esaustivo curriculum della dr.ssa Emer Cooke. Raccontare gli innumerevoli conflitti d’interesse che man mano incontravo, lo svelare patenti bugie, contestare scelte indiscutibili e non discusse, stare con il fiato sul collo ai decisori politici e alle viro-star, denunciare una deriva antidemocratica, non mi ha certo reso popolare. Alla fine vieni percepito come un virus pericoloso. Ne consegue un isolamento difficile da rompere. Vorrei poter dire che i servizi che ho realizzato in questi due anni sono stati apprezzati e non subiti. Hanno provato a spezzarmi; pur ammaccato sono ancora in piedi. So di aver fatto quel che dovevo e andava fatto, il resto lo avevo messo in preventivo.

Da ultimo, ci permetta una domanda “leggera”. Da ragazzo, aveva qualche eroe, letterario, filmico o dei fumetti, che le piaceva in particolar modo?
Il primo libro che ho letto, prima di precipitare in letture kafkiane, è stato Robinson Crusoe. Posso dire che ho detestato cordialmente Gastone e amato Paperino. Temo che la mia vita sia stata completamente rovinata dall’ascolto delle canzoni di Eduardo Bennato e in particolare da “Sono solo canzonette”. Ancora oggi mi ritrovo a canticchiare: “Non potrò mai diventare direttore generale delle poste o delle ferrovie, non potrò mai far carriera nel giornale della sera anche perché finirei in galera”. Se dovessi dire dei miei “eroi” di oggi, risponderei che a farmi compagnia ogni giorno ci sono Ernesto Rossi e i fratelli Rosselli. C’è chi ha parlato di compresenza dei morti e dei viventi, ma il discorso si farebbe lungo.

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