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Per una sociologia del territorio: esperienze di ricerca qualitativa

Per una sociologia del territorio: esperienze di ricerca qualitativa

Metodologia della ricerca

Per una sociologia del territorio:
esperienze di ricerca qualitativa

di Pasquale Martucci

Negli anni Novanta del Novecento, insieme al collega Antonio Di Rienzo, decisi di occuparmi di un territorio, quello cilentano, che era appena diventato Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano (istituito nel 1991). Già negli anni Ottanta, l’Associazione Culturale CI.RI. Cilento Ricerche (Antonio Di Rienzo, Amedeo la Greca ed Emilio La Greca) avevano compiuto una serie di ricerche sul campo alla scoperta della Tradizione Orale. Fu un lavoro di raccolta e catalogazione di testimonianze presso la popolazione dell’intero territorio, per non far perdere le tracce del passato. Furono intervistati anziani cilentani, conoscitori di un mondo antico, che recitarono poesie, canti e narrarono storie. Queste testimonianze si tradussero in una serie di volumi, dal 1982 al 1986.
Anche altri studiosi si erano dedicati alla raccolta e pubblicazione di queste voci verso la fine degli anni Settanta, dopo che nel dopoguerra avevano avuto una certa rilevanza le “Osservazioni sul folclore” di Antonio Gramsci e i lavori sulla cultura popolare e il “mondo magico” del Mezzogiorno di Ernesto de Martino. Questo territorio, al contrario, era ancora saldamente legato agli studi storici e storiografici di impronta crociana. Per intenderci: la ricostruzione si occupava delle classi egemoni e non di quelle subalterne (Alberto Mario Cirese). Il CI.RI. dunque, iniziava a prendere in considerazione quegli aspetti, e non era cosa di poco conto.
Quando subentrai alla fine degli anni Ottanta in quel gruppo, mi resi subito conto che quelle raccolte testimoniavano ma non affrontavano in termini analitici e sistematici quel tipo di società, o per meglio dire di comunità. Occorreva fare un passo in avanti, ed allora con Di Rienzo pensammo di occuparci di studi più puntuali per dare rilievo ad un concetto: quello di identità cilentana, che definimmo cilentanità.
Non fu cosa facile: percorremmo il territorio, in qualche caso ritornammo ad intervistare alcuni personaggi che avevano già contribuito alle ricerche precedenti, ne trovammo di altri. Studiammo i volumi e i documenti disponibili, riguardanti le origini e le caratteristiche territoriali, che riprendevano importanti lavori sulla storia del Cilento, realizzati soprattutto da studiosi, quali: Mazziotti, Ebner, Volpe, Rossi, Aversano, oltre che da una miriade di altri che si interessavano del territorio.
Le indicazioni di cui avevamo consapevolezza conducevano ad una società statica, legata a valori ed espressioni del mondo popolare, contadino soprattutto, almeno fino agli ultimi decenni del Novecento quando i fenomeni migratori e l’avvento dei mass media iniziavano a produrre importanti cambiamenti.
Dunque, ritenemmo di doverci occupare del concetto di identità territoriale applicato alla società tradizionale. Fummo supportati dal sociologo Aldo Musacchio, che giunse da Roma per favorire alcune iniziative per il Parco Nazionale; in seguito, collaborammo con Gerardo Ragone dell’Università di Napoli, Facoltà di Sociologia, che intendeva compire un lavoro per individuare le aree più arretrate del Cilento ed avviare una serie di progetti di sviluppo.
Musacchio ci disse con chiarezza: solo se intendiamo l’identità in chiave evolutiva, siamo d’accordo. E così iniziò il nostro sodalizio che si concretizzò nella sua prefazione al volume “Identità cilentana e cultura popolare” (1997). Per definire la cilentanità, facemmo una serie di interviste a studiosi locali chiedendo di indicarci una definizione di questo concetto; poi lavorammo con i protagonisti del territorio che si soffermarono sulla loro vita quotidiana, le abitudini, i comportamenti, la cultura materiale e immateriale.
La definizione più pertinente fu che l’identità cilentana è legata “all’appartenenza (fisica, culturale, psicologica, morale) intesa come un valore che si fonda sulla memoria del passato ma anche sulla volontà di proiettare tale memoria nel futuro”. Ed oltre: “la cilentanità è un valore collettivo che si è prodotto, in un territorio caratterizzato da un forte isolamento geografico, mediante il confronto continuo della comunità con se stessa, con la natura, con l’ambiente, con il territorio e che si è definito grazie ad un sistema comune di regole e di pratiche di vita”. Ed ancora: “l’identità è una costruzione storico-sociale e, allo stesso tempo, cultural-sociologica”. (Musacchio A., Prefazione, in Martucci P., Di Rienzo A., Identità cilentana e cultura popolare, CI.RI. Cilento Ricerche, 1997, p. 9).
I concetti che rilevammo avevano una perfetta coincidenza con gli studi di Ferdinand Tönnies sulle comunità (Tönnies F., Comunità e società, Comunità, 1963, 1887). Il Cilento e il suo territorio erano caratterizzati da: appartenenza, riconoscimento, solidarietà, sicurezza, gli stessi delle società contadine fondate su legami familiari organizzati sul modello agricolo, la fonte primaria di sussistenza in una dimensione di arretratezza.
Quel libro ci proiettò in un mondo che piano piano si allargava e permetteva importanti sviluppi. Pensai di ampliare la mia formazione con un Corso di Perfezionamento su Metodologia e Tecnica della Ricerca Sociale Qualitativa (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli, 1998-1999). Conobbi l’antropologo Lello Mazzacane con cui lavorai ad una tesi sulle feste religiose e non religiose che si svolgevano nell’area di nostro interesse.
In seguito, ampliai le mie conoscenze occupandomi di comunicazione, complessità, sistemi, ed allargando l’orizzonte a discipline quali la filosofia e l’antropologia, oltre naturalmente alla sociologia che costituisce l’ambito principale delle mie attività di ricerca.
Poi sono venuti altri lavori sulle feste e sulle comunità territoriali, non ancora conclusi e che cercano di definire forme e modalità di una nuova identità evolutiva, quella che si sta affermando con l’avvento della modernità, delle nuove generazioni e del complesso fenomeno dell’abbandono di quei paesi interni e poco sviluppati.
La metodologia qualitativa è stata il riferimento, tranne qualche eccezione. Cito uno studio compiuto per conto del Comune di Montecorice (1998) sul rapporto delle nuove generazioni con il territorio e le sue tradizioni. In quel caso, fu somministrato un questionario ed elaborati i dati. I risultati, alla fine degli anni Novanta, erano abbastanza evidenti: c’era un livello di conoscenza ed un senso di appartenenza ancora particolarmente forte rispetto alla specifica identità territoriale.
C’è da dire che nella società cilentana uno spartiacque è stato l’istituzione del Parco Nazionale che tuttavia, pur avendo dato visibilità al territorio, ha determinato l’avvento soprattutto del turismo di massa che permesso a tantissime persone di affollare i luoghi turistici e consumare una serie di iniziative legate a sagre ed occasioni di svago. Per quanto riguarda lo sviluppo territoriale, la situazione è ancora caratterizzata dalla precarietà e dalle scarse opportunità che causano lo spopolamento e l’abbandono del territorio, piuttosto che la valorizzazione e la fruizione delle risorse storiche, artistiche ed architettoniche del Cilento.
Qualche considerazione è da compiere sulla ricerca qualitativa. Il punto di partenza è la riflessione sull’importanza della complessità degli studi che, attraverso la comparazione dei dati con altre ricerche, materiali e documenti, può riuscire ad offrire analisi interessanti sul territorio.
L’approccio sul campo, utilizzato nelle ricerche, è stato il contatto diretto, la relazione tra le persone, intervistatore e intervistato, che permette di cogliere gli accadimenti anche in considerazione dei nuovi strumenti tecnologici che danno accesso ad infiniti materiali.
Il metodo applicato è quello dell’osservazione partecipante, dell’ascolto, dell’interlocuzione con i protagonisti, della registrazione delle loro parole. Le immagini dei luoghi e i volti delle persone, ma anche i gesti e gli atteggiamenti, sono invece riportati su appunti cartacei e ricordi, che tuttavia il contatto e la voglia di sapere rendono chiari nella mente di chi rileva.
Il ricercatore è dentro la ricerca, ma è anche “un ricercato”, come sosteneva Franco Ferrarotti, in quanto egli stesso nella relazione si auto interroga. In questo modo, la ricerca non è più una comunicazione ad una sola via (l’agente e chi subisce l’azione) ma è un dialogo. L’osservazione per produrre conoscenza deve cogliere il punto di vista altrui e mettere in discussione le proprie credenze e convinzioni per consentire di acquisire e comprendere i significati attribuiti alle cose. Si tratta di un modo di operare che dimostra importanti vantaggi: soprattutto quello di non perdere di vista l’oggetto del proprio lavoro e di incidere significativamente con l’attività del ricercatore, che mette in gioco le proprie capacità e le proprie possibilità metodologiche.
Racconto un breve episodio. Mi recai agli inizi del duemila da un pescatore, per conoscere forme e modalità della sua vita. Quel signore mi chiese di essere pagato per la sua storia, perché un precedente intervistatore gli aveva dato del denaro e lui aveva raccontato tantissime cose, anche inventate. Risposi in dialetto, perché conoscevo i suoi modi di comportarsi e le dinamiche che attivava. Fu chiaro che non poteva barare con una persona che sapeva a fondo come funzionava il suo mondo. Riuscì una delle più belle interviste, in seguito pubblicata nel volume: “Le comunità cilentane del novecento” (2005). Il successivo lavoro ebbe il titolo, evocato nelle ricerche degli anni Novanta: “Cilentanità” (2008).
Tutto questo per dire che il contatto diretto, la ricerca sul campo, l’osservazione partecipante, se supportati da un’adeguata conoscenza di ciò che è l’oggetto della ricerca, può riuscire a produrre significativi riscontri che permettono di avere risultati interessanti per poter continuare ad indagare il territorio e trovare le tracce di una società, della sua cultura materiale e immateriale, della vita quotidiana.

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