Introduzione alla tematica della disabilità del sociologo Claudio Roberti

Introduzione alla tematica della disabilità del sociologo Claudio Roberti

di Mariarosaria Monti

Dott. Roberti, chi sono, sociologicamente e giuridicamente, le persone con disabilità?

In estrema sintesi sono persone recanti una condizione antropologico – sociale molto vasta ed eterogenea per tipologie di menomazioni e loro combinazioni, nonché storicamente esistita da sempre, ma molto differenziata nello spazio-tempo, nonché a livello nominalistico, nel senso che in tutti i tempi abbiamo avuto molti nomi, tutti stigmatizzanti, in sostanza quasi in ogni lingua. Le definizioni giuridiche sono eterogenee e strettamente giustapposte alla costruzione precedente. Nel così detto occidente (definizione inadeguata) la definizione giuridica è stata scandita inizialmente e basilarmente dalle conseguenze di letture teocratiche, dopo “evolute” secondo indirizzi scientisti, marcatamente condizionati dal positivismo in forma di darwinismo sociale. Il diritto di discendenza romana è intriso di questa impostazione, meno e con intensità diverse la common law e gli ordinamenti anglosassoni. Non a caso la Convenzione ONU sui diritti delle Persone con disabilità (U.N. CRPD) discende da quel modello, malgrado interessanti contributi neo latini etc.      

In ambito accademico e di studio, quando si è cominciato a porre in maniera scientifica ed adeguata la questione della disabilità?

Ciò dipende dalle aree del mondo, dalle età e dagli ambiti accademici. In generale le scienze – discipline non medicali scontano un enorme “ritardo cognitivo” che, fino a fine secolo breve possiamo definire in termini di assenza, salvo posizioni controcorrente di singoli docenti – ricercatori e studiosi (incluso i freelance accademici, fra cui il sottoscritto). Di tale ritardo, Architettura e Sociologia, due discipline similari perché di confine fra cultura umanistica e scientifica, costituiscono due campioni (potrei dire probabilistici) del citato ritardo. Due grandi indicatori su tutto: In merito all’ architettura, ancora oggi i corsi che fanno didattica e ricerca olistica in materia di barriere architettoniche e urbanistiche (queste sconosciute), basta verificarne sul web la consistenza quanti – qualitativa. Da ciò deriva che, salvo eccezioni, la progettazione e l’abbattimento delle B. A. sovente presenta scenari patetici, pietosi. Di fatto molti progettisti e non ho detto tutti, incluso ingegneri, non sanno e non vogliono approcciare alla progettazione universale, alias Universal Design.

In merito alla Sociologia, stando all’Italia, visto che interessi preminentemente questa realtà, il ritardo scientifico – culturale è netto e inequivocabile: ancora oggi la tematica viene trattata occasionalmente, quindi poco e male, al più a mezzo di categorie concettuali – analitiche da vecchio paradigma. L’approccio alla tematica disabilità a volte è diretto, ovvero circoscritto (direct) giammai mainstream, ovvero vertente all’attraversamento di una tematica generale e prevalente. La tematica per molti sociologi italiani si ferma alla devianza incolpevole di Parsons, ascritta nel contenitore dei marginali, a volte segregati e qui si chiude il discorso, visto che la sociologia si occupa di azione, non di chi non agisce. L’abbaglio è post-meta ideologico, indotto anche dalla pochezza di fondi e riconoscimenti verso chi in ambiti accademici volesse occuparsi davvero della tematica. Per iniziare a quantificare il fenomeno basta verificare nell’ambito dei corsi di Laurea in Scienze Sociali triennali e biennali, quanti sono i lemmi ascrivibili alla Sociologia della Disabilità. In Italia i sociologi della disabilità in ambito accademico sono due, forse tre. In ambiti extra accademici altri due.  Di questo ritardo ne pagano un salato prezzo la Professione del Sociologo, le Persone con disabilità ed il sistema paese o meglio il suo simulacro.

Per tali ragioni ANS Dipartimento Campania si accinge a tenere un breve ciclo di lezioni -laboratorio in sociologia della disabilità finalizzata ad indirizzare il lavoro sociologico nei percorsi inclusivi sanciti dalla CRPD.               

Come si è evoluta negli ultimi decenni l’auto percezione esistenziale delle persone con disabilità e la consapevolezza istituzionale della questione come problema da affrontare socialmente?

Fermo restando i limiti organizzativi sanciti da O. n G. vincolate ai limiti “imprenditoriali” del Terzo Settore, in Italia vi sono Persone con disabilità dotate di consapevolezza. Però, fra questi numeri, di certo esigui (decine) pochi sono Indipendenti. In ogni in termini di controtendenza vi sono dei Sociologi in posizione Verstehen, un tratto ormai abbastanza frequente in area anglosassone da oltre 30 anni.    

Quali sono, a suo parere, i temi più generali cui la politica dovrebbe porre mano con urgenza, per un approccio almeno in linea con le riforme attuate su tale argomento in ambito europeo?

Applicare la CRPD, ma segnatamente in talune aree, incluso il nostro paese, ciò vuol dire regolare i conti sul serio con le resistenze manifeste e latenti del vecchio paradigma.

Con un’adeguata visione integrativa e corrispondente copertura legislativa, in che modo potrebbe essere occupato concretamente un sociologo della disabilità?

In ogni ambito e di certo non solo in area accademica e tanto meno solo nel sociosanitario. La tematica disabilità risponde ad una complessità, pertanto riguarda istruzione, lavoro, territorio, gamma degli ausili, economia e politica, cultura, mass media e social media. 

adminlesociologie

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