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Sociologia e fotografia

Sociologia e fotografia

SOCIOLOGIA E FOTOGRAFIA

Sociologia visuale

di Sergio Mantile

Sociologia e fotografia.

“…Ciò che differenzia un’immagine del sociale da un’immagine di valore sociologico non è il contenuto, ma la metodologia di interpretazione e di utilizzazione di quell’informazione visiva…” Howard Becker

C’è qualcosa di non immediatamente comprensibile, relativamente alle ragioni che hanno rimandato di continuo, nonostante diverse condizioni ed occasioni favorevoli, l’instaurarsi di un rapporto definito e proficuo tra sociologia e fotografia, nel corso del secolo e mezzo che ci separa dalla loro nascita. Si ha la sensazione che anche quando, come oggi, si pone la questione dell’uso delle immagini in sociologia, ciò avvenga più per l’ineludibilità dell’evento visualità e del suo carattere espansionistico all’interno della comunicazione contemporanea[1], che per una evoluzione endogena dell’epistemologia sociologica o per effetto delle innovazioni tecnico-fotografiche, che pure sono notevoli e continue. Per altro, ciò avviene proprio quando, dopo secoli che si era capito “… che vedere attraverso uno strumento (quale il telescopio o il microscopio o, eventualmente, la macchina fotografica) significava vedere una realtà più profonda…” e “…che la legittimazione della scienza veniva a basarsi in gran parte sulla sua affermazione di descrivere il mondo in termini visuali…” si arriva poi “…alla confusione dei nostri sensi con la manipolazione elettronica, la cosiddetta realtà virtuale…[2].

La difficoltà maggiore di una ricostruzione storica dell’uso della fotografia in sociologia dipende dalla necessità di distinguere tre tipologie dell’immagine fotografica, sovrapponibili e spesso confuse tra loro: la fotografia-prodotto sociale, la fotografia del sociale e la fotografia sociologica.

La fotografia, come ogni prodotto culturale, è, innanzitutto, un prodotto sociale. “…Ogni fotografia, ogni filmato è un prodotto sociale che nasce da un confronto di idee, da una cultura, da variegate forme di interazione fra individui, gruppi, classi sociali…”[3].

Secondariamente può essere una rappresentazione del sociale. In tal caso, tanto un fotoreportage sui giovani tossicodipendenti di una periferia urbana, che le foto di un matrimonio, sono fotografie del sociale.  Infine “… Fotografie e filmati acquistano valore sociologico quando se ne verificano la capacità descrittiva, la rappresentatività, l’attendibilità, mediante procedure teoricamente e metodologicamente fondate; e quando, al di là della loro funzione sociografica, diventano strumento di indagine, di conoscenza e di riflessione…”[4].

La sociologia visuale

La sociologia visuale ha appena una trentina di anni di vita e, a livello internazionale, appare ancora come un bacino di confluenza di riflessioni, di ricerche empiriche e di programmi di ricerca, più che un ambito dai ben definiti confini epistemologici e metodologici. Tuttavia, la sua crescente fortuna, in particolare, fra gli altri, nell’ambito degli studi urbani e culturali, testimonia di grandi, e probabilmente non del tutto utilizzate, potenzialità. Mattioli individua quattro “episodi fondamentali nella storia della sociologia visuale”[5].

Il primo è rappresentato dalla pubblicazione degli articoli, corredati da fotografie, sull’American Journal of Sociology, fra il 1896 ed il 1915. Gli articoli trattano i temi tradizionali della povertà e dell’emarginazione ed il confronto fra un prima ed un dopo l’intervento delle istituzioni di assistenza sociale viene documentato con le fotografie. In altri casi le fotografie vengono usate come illustrazione dell’articolo.

L’unico che utilizza le immagini fotografiche come fonte originale di dati, accanto al testo scritto, è Charles Bushnell. A partire dal 1915, le fotografie cominciano rapidamente a sparire dall’American Journal of Sociology. Se i costi crescenti della stampa tipografica dovettero incidere in tale scelta, è da considerare sicuramente in misura maggiore la posizione assunta dal direttore del Journal, Albion Small, che fin dal 1905 cercò di indirizzare la rivista in senso più marcatamente accademico e teorico.[6]

Il secondo episodio è rappresentato dalla fotografa americana Dorothea Lange (1895 – 1965). Per la Lange, la foto ha una funzione descrittiva dei meccanismi che regolano la vita degli individui, dei gruppi e delle istituzioni e può essere adoperata come strumento di indagine sociale, come un questionario, un grafico, un test (peraltro, senza che la Lange specifichi meglio in qual modo).

Il terzo momento si realizza nel 1965, quando Maurice Duverger, nel suo trattato sui metodi delle scienze sociali, cita fugacemente l’uso di tecniche audiovisive.  Nello stesso periodo, sempre in Francia, Pierre Naville scrive un saggio sull’uso degli strumenti audiovisivi nella ricerca sociale.

Infine con il quarto episodio siamo ai prodromi della nascita della Sociologia visuale, negli anni ’70.

In Italia Ferrarotti dedica un volume all’argomento, Dal documento alla testimonianza. La fotografia nelle scienze sociali. (1974), che fu considerato però più un’escursione occasionale nel possibile, che un’ipotesi di lavoro.

“…Così negli Stati Uniti, dove sono abituati a prendere il toro per le corna, le analoghe intuizioni di Becker… innescarono un vero e proprio effetto snowball, con una incredibile proliferazione di studi, ricerche, dibattiti…Insomma, mentre in Europa si stava a guardare…oltreoceano si viaggiava spediti verso un nuovo orizzonte di studi…”[7].

Peraltro, la critica appena citata dovrebbe forse considerarsi meno calzante  per le diverse iniziative di ricerca con l’utilizzo di tecniche e strumenti audiovisuali, realizzate anche in Italia a partire dagli anni ’70, che   per la incapacità a darsi fini, strategie ed organismi comuni per la ricerca visuale.[8] In un’ottica pragmatica, John Grady, sociologo americano, fa derivare, dalla centralità esistenziale dell’icona, tre aree maggiori di indagine che potrebbero definire la sociologia visuale.[9]

La prima, che chiama seeing, è “…lo studio del ruolo della vista e della visione nella costruzione dell’organizzazione e del significato sociale…”.

La seconda area, che chiama “…communicating with icons, studia come la costruzione di immagini e l’uso delle immagini spontanee o deliberate comunicano informazioni e possono essere usate per gestire le relazioni sociali nella società…”.

Definisce, infine, la terza area “…doing sociology visually, o come le tecniche di produzione e decodifica dei messaggi [visuali] possono essere usate per investigare empiricamente l’organizzazione sociale, il significato culturale e i processi psicologici”.

Patrizia Faccioli e Pino Losacco schematizzano nel modo seguente i possibili usi dell’immagine nel lavoro sociologico, delineando tre aree metodologiche, che utilizzano diversi tipi di tecniche[10]:

Nella ricerca sulla dissoluzione dell’identità di Pozzuoli ho utilizzato sia il metodo della sociologia sulle immagini (almeno parzialmente) per individuare nelle fotografie dell’83, ed in quelle del primo Novecento, i segni identificanti del territorio; sia il metodo della sociologia con le immagini, per produrre immagini di confronto attraverso la ricerca sul campo.

[1]     36 Cfr. Angelo Scivoletto, Conoscenza sociologica e visualità in Il Sociologo e le sirene, Milano, Franco Angeli,1996, p.288

[2]     Douglas Harper, Quattrocento anni di sociologia visuale, in In altre parole. Idee per una sociologia della comunicazione, a cura di Patrizia Faccioli, Milano, Franco Angeli, 2001, pp.18- 21,

[3]     F. Mattioli, op. cit., pp. 9 -10

[4]     F. Mattioli, op.cit., p. 10

[5]     Cnfr. F. Mattioli, La sociologia visuale: qualche risposta a molti interrogativi, in Il sociologo e le sirene, Milano, Franco Angeli, 1996, pp. 390 – 407

[6]     Cfr. Francesco Mattioli, Sociologia visuale, Torino, 1991, Nuova ERI, p. 31

[7]     F. Mattioli La sociologia visuale: qualche risposta a molti interrogativi, in Il sociologo e le sirene, Milano, Franco Angeli, 1996, p.394

[8]     Cfr. Luigi Frudà, Analisi comparata di documenti visuali e problemi di costruzione della attendibilità e della generalizzazione: un approccio metodologico empirico, in Mondi da vedere, a cura di Patrizia Faccioli e Douglas Harper, Milano, Franco Angeli, 1999, pp.50 -53

[9]     Cfr. J. Grady, Conclusioni. Le potenzialità della sociologia visuale, in Mondi da vedere, a cura di P. Faccioli e D. Harper, Franco Angeli, 1999, pp.500 – 524

[10]   Patrizia Faccioli, Giuseppe Losacco, Manuale di sociologia visuale, Milano, Franco Angeli, 2003, p.32

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