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La politica oggi a Pozzuoli

sociologia generale

La politica oggi a Pozzuoli

La politica oggi a Pozzuoli

SOCIOLOGIA POLITICA

Intervista a Danilo Pontillo1

di Sergio Mantile

In oltre trent’anni di lavoro, hai avuto modo di osservare da vicino la politica flegrea, ed in particolare quella puteolana, svolgendo quella che, in termini sociologici, è una vera osservazione partecipante. Perciò, è molto utile porre a te alcune domande, che vengono fatte anche in ambito napoletano.

Secondo alcuni testimoni, nella politica amministrativa di Pozzuoli si sarebbero succedute a grandi linee tre ampie fasi, a partire dagli anni Novanta.

Quella localistica, caratterizzata da molta litigiosità inter e intra partitica, da ampio protagonismo individuale e familistico, oltre che da un orizzonte prospettico non molto più ampio di quello paesano, nel quale ci sarebbe verificato persino un ampliarsi effettivo della centralità di una parte della stessa dirigenza comunale.

A quel periodo sarebbe succeduta la lunga fase di Figliolia sindaco – interrotta dal periodo commissariale – nella quale l’ex manager de Le Campane è riuscito ad imporsi come leader carismatico e a tratti anche accentratore e autoritario, riportando “nei ranghi” la dirigenza comunale, riducendo fortemente la suscettibilità personalistica della politica puteolana e dandole uno sbocco extra locale, soprattutto grazie alla realizzazione del Grande Piano dei laghi, con finanziamenti europei. Sbocco che non sembra però essere riuscito sul piano della sua personale carriera politica, visto che poi Vincenzo Figliolia non è stato candidato ad incarichi regionali o nazionali dal suo partito.

Infine, la “caduta dell’imperatore” (accompagnata dall’usuale macchina del fango italiana) che, sicuramente per altre ragioni, ma forse anche nell’occasione della delibera di concessione ad un singolo privato del rione Terra ha portato al fallimento elettorale del suo candidato e all’apertura di nuovi scenari.

Le domande che ti pongo, dopo questa lunga premessa, sono:

A tuo parere, le tre fasi appena descritte corrispondono in qualche modo alla genesi della politica puteolana? Vanno precisate o come ridefinite?

Sostanzialmente le tre fasi sono ben definite. Nella prima, quella che potremmo indicare come post-Tangentopoli, è stato fin troppo evidente il ruolo centrale della dirigenza comunale nelle scelte locali di governance. E non poteva essere altrimenti, giacché in quegli anni i partiti sono usciti distrutti da Mani Pulite e non c’era dunque una classe politica forte in grado di orientare politicamente gli atti dirigenziali ma, al contrario, in questo vuoto di potere e di prospettiva, erano gli stessi dirigenti che proponevano atti di visione politica, assecondando le sensibilità di questa o quella “corrente” all’interno dei vari partiti, “correnti” spesso in guerra tra loro ma diventate gli unici punti di riferimento per gli amministratori della città. Un cambio di passo è stato determinato proprio nel periodo della cosiddetta “Seconda Repubblica” quando, con la “stagione dei Sindaci” e la loro elezione diretta, è stato chiesto alla politica di riacquistare la centralità sui territori. A Pozzuoli ciò è accaduto con il mandato di Aldo Mobilio, in cui la città ha riscoperto la partecipazione politica. Uno slancio che però non ha trovato corrispondenza proprio nella classe politica di quel periodo, ancora incapace di recuperare la funzione di intermediazione tra il cittadino e le istituzioni. Tanto è vero che lo stesso Mobilio pagò con la mancata ricandidatura a sindaco nel quinquennio successivo la propria indisponibilità ad interloquire con fortissimi gruppi di potere imprenditoriale che avrebbero voluto condizionare l’Amministrazione su scelte decisive per lo sviluppo della città. Gruppi di potere molto ben radicati nel tessuto politico cittadino, specie in alcune famiglie, da sempre influenti nell’orientare pacchetti di voti determinanti per l’elezione di questo o quel candidato sindaco. La seconda fase è, per l’appunto, quella che ha portato alla figura pressoché “assolutistica” di Enzo Figliolia. Il quale, sostenuto anch’egli da forti gruppi imprenditoriali, è però riuscito a ritagliarsi nel tempo il ruolo di interlocutore diretto con queste realtà. Un ruolo che ha conquistato non in virtù di particolari capacità dialettico-politiche ma per la sua indubbia abilità nel fare “rete” sia all’interno della Margherita che nel Pd con il solo obiettivo di isolare progressivamente personalità politicamente forti che potessero fargli ombra. Figliolia, però, alla lunga, anche se supportato da uno straordinario consenso popolare (a volte sfociato in derive addirittura “fideistiche”), non è mai stato un leader carismatico nel senso letterale del termine. Un leader sa infatti costruire, oltre al proprio futuro, anche quello dei suoi eventuali successori. Un leader sa costruire una classe dirigente. E Figliolia, per miopia politica ma soprattutto limiti di natura caratteriale (palesatisi più volte in una diffidenza talvolta autolesionistica) non solo non è riuscito a ritagliarsi quello spazio di rappresentatività sovracomunale cui pure avrebbe potuto legittimamente aspirare dopo 14 anni da Sindaco (peraltro molto apprezzato dal Pd) della quinta città della Campania, ma ha addirittura contribuito, in maniera decisiva, in occasione dell’ultima consultazione amministrativa, all’esclusione del partito Democratico dalla competizione elettorale, dopo aver osteggiato in ogni modo le legittime aspirazioni del suo “figlio” politico Gigi Manzoni (oggi Sindaco della Città) e aver vestito i panni della vittima di un “parricidio” (o di “lesa maestà” quando i vertici del Pd ne hanno vietato la ricandidatura da consigliere nelle proprie liste in seguito alle inchieste che lo hanno colpito) anziché del colpevole di un tentato “figlicidio”. In questo ultimo aspetto si sostanzia forse quella che tu chiami la “caduta dell’imperatore”, che (la storia lo insegna) è pressoché simile per tutti i potenti e che, senza voler entrare in vicende che sono oggetto di una delicatissima indagine giudiziaria, si potrebbe tradurre in quella sorta di “delirio da onnipotenza” che purtroppo è il demone con cui deve convivere chi occupa per tanti anni ruoli-chiave di governo a qualsiasi livello e riesce ad imporre (ma soprattutto a farsi riconoscere nell’immaginario collettivo, come è capitato a Figliolia) una sorta di ius vitae ac necis su tutti i processi amministrativi e politici.

I residui ideologici della Prima Repubblica hanno svolto qualche funzione nelle dinamiche partitiche, oppure, eventualmente, sono stati usati prevalentemente per aggregare votanti sulla base di una dichiarata appartenenza ideale?

Ritengo che, in una consultazione amministrativa locale, la componente ideologica se può avere un ruolo (credo marginale) nell’aggregazione dei candidati in un’unica lista (vedi il proliferare di civiche e la progressiva sparizione dei partiti), sia pressoché ininfluente nella loro successiva selezione da parte dell’elettorato. Il voto per il rinnovo del Consiglio Comunale è determinato per lo più dalla conoscenza diretta della persona, quando non è inquinato da dinamiche che, purtroppo, specie al Sud, sono ancora dure a morire, e che, nelle circostanze più nobili, si estrinsecano nella valutazione utilitaristica di ciò che un determinato candidato può fare a vantaggio diretto e tangibile dell’elettore piuttosto che del contributo che egli possa fornire al benessere della collettività. Nel caso specifico delle ultime elezioni amministrative a Pozzuoli, ti sottolineo un dato, per me inquietante: 524 candidati su 65.622 elettori! Stiamo parlando di un candidato ogni 125 elettori, uno ogni 40 famiglie. Per dare una percezione più immediata di questo riferimento numerico, possiamo ben dire che a Pozzuoli, a giugno scorso, mediamente abbiamo avuto un candidato per ogni tre condominii. Una frantumazione formidabile, aggravata da uno scontro interno ad uno stesso partito, il Pd, che, pur non comparendo col proprio simbolo, ha espresso due fazioni contrapposte e diluite in un rivolo di civiche. Di ideologico, in una situazione del genere, non c’è stato davvero nulla, se non una faida senza esclusione di colpi nata da dissidi sulla successione a Figliolia.

Quali sono stati a tuo avviso i meriti e i limiti della gestione politico-sindacale di Figliolia?

Nella risposta alla prima domanda ti ho già evidenziato gran parte del mio pensiero in proposito. Nello specifico posso dirti che Figliolia a mio avviso ha avuto il merito di intercettare (ma non di spendere in modo sempre produttivo per la collettività) tutti i finanziamenti possibili per cercare di conferire un aspetto migliore alla città e gli va riconosciuta anche la capacità di aver saputo garantire una certa stabilità politica alla sua coalizione. Ha però pagato a carissimo prezzo la logica dell’uomo solo al comando in ogni tipo di interlocuzione istituzionale proprio quando si è trattato di governare i processi politici che, se avesse provato a ragionare come un vero leader carismatico, avrebbero dovuto determinare la sua successione in modo indolore. Non sembri (e non è certo) un caso che la coalizione vincente, quella con a capo l’attuale sindaco Manzoni, sia composta, nei suoi elementi principali e determinanti al successo elettorale, da soggetti che, per diversi motivi (politici e/o personali), nutrivano risentimento nei confronti di Figliolia.

Dalle penultime elezioni erano usciti tangibili espressioni dell’elettorato di un rinnovamento del ceto politico (la forte affermazione del Movimento 5 Stelle e della lista di Postiglione) che però, di fatto, nel Consiglio Comunale sono stati resi praticamente ininfluenti. E’ così? E se è così, in quale modo si è cinturato di inefficacia l’azione dei nuovi venuti?

Piaccia o no, la democrazia è fatta anche (se non soprattutto) di numeri. E’ chiaro che se, con liste singole, ti confronti con coalizioni composte da candidati che hanno la possibilità di aggregare molti consensi, per le questioni non ideologiche di cui sopra (e che pervadono la selezione di una classe dirigente locale), sei inevitabilmente relegato ad un ruolo di opposizione. E anche in Consiglio Comunale, le tue istanze, le tue denunce, non trovano riscontro proprio perché non hai la maggioranza numerica (assoluta o relativa) per farle approvare. Il problema semmai è capire per quale motivo, dopo cinque anni di dura opposizione, l’elettore puteolano non ha premiato né la coalizione di Postiglione né il Movimento Cinque Stelle. E’ evidente che, nel caso di Postiglione (dimessosi dalla carica di consigliere comunale proprio in virtù della forte delusione per il risultato elettorale), nonostante le tre liste messe in campo, non vi fosse aritmeticamente nessuna possibilità di contrastare l’avanzata dei due “colossi” staccatisi dal Pd ed in guerra tra loro. E, probabilmente, proprio le logiche alla base della scissione nel partito Democratico, hanno finito per polarizzare l’attenzione di gran parte degli elettori sulla partecipazione diretta allo scontro, con l’una o l’altra fazione. Una circostanza che ha evidentemente fatto passare in secondo piano anche l’attenzione per i programmi elettorali, punto di forza della coalizione di Postiglione. Discorso a parte merita invece il Movimento Cinque Stelle, rimasto prigioniero prima di un accordo a livelli superiori per coalizzarsi con la parte del Pd vicina a Figliolia (osteggiata dai due consiglieri pentastellati per cinque anni di consiliatura) e poi delle proprie regole interne che vietano coalizioni in cui compaiono soggetti indagati (Figliolia, per l’appunto), regole che hanno indotto il Movimento a correre infine da solo abbandonando improvvisamente anche la coalizione che vedeva Ismeno candidato sindaco. Un atteggiamento che chiaramente non è piaciuto al proprio elettorato di base, che ha risposto con una fortissima erosione di consensi e la conseguente mancata elezione anche di un solo consigliere comunale pentastellato.

La vittoria di Manzoni riapre le danze per un affidamento non individuale ma partecipato alla gestione del Rione Terra. Qual è il tuo parere a riguardo?

Cambiare modello di gestione dopo le note vicende giudiziarie che coinvolgono anche l’ex sindaco Figliolia e mettono a nudo alcune criticità connesse alla scelta “gestore unico”, mi sembra abbastanza saggio, almeno come atto di autotutela dell’attuale Amministrazione. Su quello che sarà il futuro modello di gestione, invece, è ancora presto per dare una risposta. La delibera voluta dalla Giunta Manzoni ed approvata in Consiglio Comunale il 5 agosto prevede tre ipotesi diverse: la fondazione di partecipazione, la gestione pubblica e un partenariato pubblico-privato. Vedremo cosa deciderà prima l’Esecutivo e poi il parlamentino civico. Credo che nella coalizione di governo ci siano differenti posizioni al riguardo. L’auspicio è che si arrivi ad una sintesi in direzione di una decisione utile alla collettività e, soprattutto, ben spiegata ai cittadini in tutte le sue articolazioni.

1 Da trent’anni Danilo Pontillo è giornalista pubblicista. Tra molte attività di comunicazione, ha lavorato per diversi giornali sportivi (Corriere dello Sport, Tuttosport, Giganti del basket, Super Basket) di cronaca (Giornale di Napoli, Il Roma, Il Notiziario – del quale è stato per alcuni anni anche Direttore responsabile, Il Corriere flegreo, del quale è stato pure Direttore Responsabile) e agenzie di stampa (Rotopress, ANSA). Ha anche un blog molto seguito in ambito flegreo e napoletano, “Pozzuoli21”.

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