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Contrasto al bullismo con sociologi-operatori dell’ANS Campania (parte seconda)

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Contrasto al bullismo con sociologi-operatori dell’ANS Campania (parte seconda)

di Sergio Mantile e Maria Valeria Smitti

Quando abbiamo assunto il compito di svolgere le attività di contrasto al bullismo nell’ambito del progetto promosso dal Ministero delle Politiche sociali, avevamo ben chiare almeno due cose.
La prima era che non potevamo semplicemente tenere delle lezioni sul bullismo e sul cyber bullismo, che sarebbero state le ennesime fatte agli alunni (come poi puntualmente da noi verificato nelle scuole). Peraltro, i docenti vengono aggiornati da anni su tali fenomeni; in alcune scuole abbiamo trovato il referente designato per tali problematiche e incontrato persino dei professori che avevano prodotto delle pubblicazioni a riguardo.
La seconda era che ci era stata richiesta una prestazione sociologica. L’approccio nelle classi si è modulato perciò sulla nostra specifica prospettiva, che considera bullismo e cyberbullismo quali manifestazioni, in ambito infantile e giovanile, di fenomeni più generali delle società odierne.
In particolare, dell’aumento della conflittualità e della aggressività nei rapporti interpersonali, della riduzione dei vincoli etici e comunitari, dell’amplificazione – anche per effetto dei media e dei social media – di valori e atteggiamenti narcisistici a scapito di quelli altruistici.
Molte attività di contrasto al bullismo, peraltro qualificate, finiscono per produrre effetti limitati perché si calano sugli alunni e sui loro docenti, con pubblicazioni e materiali didattici tematicamente generali e codificati, come su di un unico, omogeneo, pubblico di ascoltatori.
In realtà, c’è una varietà ampia di problemi individuali o familiari, relazionali, culturali e sociali, peraltro connessi con le fasi di sviluppo psico-emotivo, che trovano nel fenomeno bullismo una sorta di veicolo di manifestazione, di codice espressivo del disagio.
Il focus dell’intervento, perciò, è passato, nella nostra ottica, dalla qualità dei materiali didattici a quella dell’operatore (nel nostro caso del sociologo-operatore) perché è necessario:

a) costruire – non la lezione ma l’interazione operatore-alunni-docenti – sul micro contesto della classe specifica;
b) che l’interazione guidata faccia emergere spontaneamente eventuali criticità individuali o di gruppo (anche a livello puramente embrionale) e, quindi, la tipologia di fenomeni cui afferiscono, che potranno poi essere trattati come contenuti del dialogo.
c) che l’interazione guidata evidenzi anche la forma di ricettività cognitiva prevalente nel singolo gruppo di alunni, che può essere (anche in considerazione dell’età) più o meno emotiva-espressiva e più o meno concettuale-razionale, di modo da consentire una modulazione adeguata delle attività proposte;
d) che i contenuti trasmessi siano capaci di fornire informazioni ai minori sul modo di affrontare possibili forme di violenza di gruppo e, in special modo, su forme di inganno attraverso il cyberbullismo.

Modalità degli interventi

Gli interventi si sono svolti in scuole medie inferiori di diversi quartieri di Napoli (Vomero, Chiaiano, Fuorigrotta, Bagnoli, S. Carlo Arena) ed in una di Castel Volturno in provincia di Caserta.
La coordinatrice del progetto si accordava preliminarmente con i dirigenti delle scuole, che fissavano con lei un calendario di giornate e di classi, unicamente delle prime, i cui docenti venivano informati dell’iniziativa.
Ogni giornata scolastica impegnava due o tre classi, per due ore ognuna, e senza la possibilità di tornare successivamente nella stessa classe. Probabilmente, tale scelta dev’essere scaturita dall’esigenza, comprensibile, di coinvolgere il più grande numero di studenti. Abbiamo ovviamente modulato modalità e tecniche di intervento su tali condizioni preliminari, per cui, nell’arco di due ore e nel mentre stabilivamo una interazione verbale con gli alunni e con i docenti, facevamo una veloce analisi di contesto (sottogruppi provenienti dalla stessa classe o scuola elementare, attività sportive ed extrascolastiche praticate, grado di proprietà di linguaggio usata, reazioni espressive, ecc.), stimolavamo i racconti di esperienze subite o viste direttamente, e poi su quelle, a seconda dei casi e delle condizioni emotive del narratore, facevamo svolgere, molto spesso con la partecipazione dei docenti, degli esercizi e dei giochi psico-drammatici. Infine, ne traevamo spunti per trattare della struttura del gruppo del bullo e dei suoi gregari, diversa dal gruppo del leader e dei solidali empatici.
Noi avevamo più che un canovaccio, una sorta di cassetta di immagini e contenuti, dalla quale estraevamo, in ogni classe con un ordine congruo a quel gruppo, slide per le lavagne elettroniche, racconti di storie vissute, esercizi e giochi. La scelta, la sequenza e il modo di uso di tali materiali (non tutti finivano per essere presentati in tutte le classi) dipendeva dal tipo di classe più o meno infantile, più o meno “fisica” o “concettuale”, più o meno emotivamente coinvolta da qualche testimonianza; e poi dipendeva dal tipo di sub cultura di provenienza degli alunni, dal tipo di collaborazione fornito dal docente. Per questi ultimi si andava da una convinta partecipazione (per cui finivamo per diventare tre operatori alla pari) al rispettoso distacco di chi sembrava non voler interferire nel nostro lavoro. Bisogna ammettere, con riconoscenza, che la grande maggioranza dei docenti si è dimostrata più vicina al primo tipo.

I sociologi-operatori

In un lavoro che, come abbiamo appena detto, si svolgeva con feedback molto veloci, si è rivelato metodologicamente riuscita la scelta della coppia di sociologi-operatori.
Per cominciare: un uomo e una donna. Poi, l’uno con quasi cinquanta anni di esperienza come animatore pedagogico e come ricercatore sociale e l’altra giovane in formazione sul campo, ma dotata di grande istinto sociologico e di un particolare intuito nell’individuare il disagio inespresso.
Nel mentre, con due sole ore a disposizione, l’uno puntava prevalentemente al gruppo e alle sue dinamiche, l’altra diventava la destinataria di spontanee richieste di ascolto da parte dei singoli più timidi, che poi lei riusciva spesso ad inserire nelle attività della classe.

L’approccio sociologico

La modalità non standard, ma adattata al caso e, soprattutto, crediamo, il fatto di richiamare continuamente gli stili di vita, i consumi culturali, i linguaggi e i comportamenti giovanili, le relazioni sociali ed affettive, in una parola la prospettiva dell’universo sociologico (che, va ricordato, non risucchia nessuno come farebbe un buco nero, ma tende a raccordare tutti su uno stesso piano sinergico, dirigenti, docenti, operatori scolastici, alunni, familiari, eventuali altri esperti come psicologi, attori, ecc.) dev’essere stata la chiave del successo che ci è stato ampiamente manifestato da dirigenti e docenti, oltre che dagli alunni.

Per le molte osservazioni che ci è stato dato modo di effettuare e di comparare tra scuole diverse, rimandiamo al successivo articolo.

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