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La Percezione del Rischio

La Percezione del Rischio


di Giuseppe Luongo
Professore Emerito dell’Università di Napoli Federico II
Già Ordinario di Fisica del Vulcanismo

Chi opera nella mitigazione dei disastri naturali opera in un campo complesso dove interagiscono   processi fisici e dinamiche sociali. Due mondi che vanno esplorati con competenze articolate alle quali contribuiscono i settori delle scienze dure, che consentono la quantificazione dei processi, e le scienze dolci che analizzano la storia dei processi. Su questo tema l’Organizzazione delle Nazioni Unite negli anni ’90 del secolo scorso, lanciò il progetto “International Decade Natural Disasters Reduction (UN-IDNDR)” per la riduzione dei danni economici prodotti dai disastri naturali, per evitare che le risorse da impegnare per far fronte ai disastri condannasse i paesi emergenti a un sottosviluppo permanente e quelli sviluppati a debiti e crisi economiche.

In Italia la comunità scientifica aveva maturato questi concetti già alla metà degli anni ’70 con l’avvio di un progetto di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) finalizzato alla mitigazione dei rischi sismico e vulcanico. Nell’analisi dei disastri naturali con il termine rischio si intende il danno economico prodotto dall’evento, mentre al fenomeno naturale si associa il termine pericolosità per indicare la sua intensità e probabilità di accadimento. La funzione di trasferimento dalla pericolosità al rischio è dovuta alla componente antropica del territorio interessato, attraverso i parametri della vulnerabilità dell’insediamento e il valore esposto sia per i beni materiali che per le persone. La distinzione tra i due termini rischio e pericolosità è molto importante che sia compreso dalla comunità esposta perché il rischio può risultare elevato anche in condizioni di moderata pericolosità, a causa di valori elevati della vulnerabilità e del valore esposto. Questa condizione è diffusa negli insediamenti con elevata densità abitativa e ad alto valore esposto, caratteristico dei paesi maggiormente sviluppati. Quindi la componente antropica ha spesso un peso prevalente nel determinare il valore del rischio.

Per la mitigazione del rischio vulcanico si opera intervenendo con la pianificazione dell’uso del territorio con la previsione di lungo termine delle eruzioni, dei loro meccanismi e capacità distruttive e della zonazione del territorio in base all’intensità degli effetti attesi, dallo studio della storia eruttiva del vulcano. Nel breve termine la mitigazione utilizza l’evacuazione del territorio esposto, sulla base dell’interpretazione dei segnali premonitori dell’eruzione mediante un sistema di monitoraggio. Non si tratta di una previsione deterministica dell’evento, bensì dello stato critico del vulcano che può nel breve termine anticipare l’eruzione. Questo dato deve essere comunicato alla popolazione per l’evacuazione in tempo utile perché possa allontanarsi in sicurezza e senza che si diffonda il panico; tale risultato si ottiene quando la popolazione è preparata all’evento e partecipa attivamente alle operazioni previste dal piano di protezione civile. Infatti è inimmaginabile il disastro che possa produrre l’allontanamento coatto di centinaia di migliaia di persone a rischio, terrorizzate per l’evento catastrofico incipiente.

Gli studiosi delle aree vulcaniche a rischio analizzano la percezione del rischio da parte delle popolazioni esposte, mediante interviste, per scegliere gli strumenti più adatti per far crescere in queste la conoscenza del livello di pericolosità del territorio. Un tale indagine può essere efficace quando è utilizzata da studiosi dotati di competenze adeguate per interpretare correttamente i risultati delle interviste. La percezione è costruita sulla base dell’esperienza individuale e collettiva della comunità esposta. Le comunità che vivono in aree densamente urbanizzate non hanno un rapporto permanente con l’ambiente fisico perché spesso alcuni aspetti sono del tutto “nascosti” dalle costruzioni che coprono il suolo senza soluzione di continuità, tombano i fiumi, cancellano la rete idrografica superficiale, sbarrano la falda, modificano la linea di costa, riempiono i crateri, cancellano la morfologia dei luoghi naturali. La complessità dei fenomeni naturali che producono danni al territorio è tale che la comunità delega agli esperti la loro previsione e le scelte per le misure di difesa. In tali condizioni se manca un’adeguata informazione e preparazione della popolazione esposta, questa resta sorpresa, attonita, spaventata, incapace di produrre una risposta razionale per la mancanza di riferimenti certi, concorrendo con il panico ad accrescere l’entità del disastro. Il problema da risolvere per la mitigazione del rischio è serio e non può ridursi al potenziamento del monitoraggio dei fenomeni “precursori” degli eventi e affidarsi alla percezione del rischio della comunità esposta. In area a rischio con lunghi periodi di inattività la memoria storica si cancella e la percezione del pericolo non è il risultato di esperienze dirette o tramandate, bensì è costruito dalla documentazione prodotta dalle istituzioni che governano il territorio e dalla formazione realizzata nel corso degli studi scolastici o nello sviluppo delle attività professionali. Il modello di comunità è profondamente cambiato, oggi è prevalentemente una struttura immateriale con vincoli virtuali e le condivisioni di un dramma avvengono in rete, ma la rete si satura e si resta senza gli aiuti attesi, come dimostrano gli effetti delle frequenti catastrofi. È necessario, allora, un grande impegno delle istituzioni per una diffusa informazione dei piani di protezione civile, con tutte le complesse articolazioni, alle popolazioni e degli organi di informazione a trattare questa tematica evitando di privilegiare scenari apocalittici, scegliendo le rappresentazioni coerenti con i risultati della ricerca scientifica.

I piani nazionali di protezione civile approntati dal Dipartimento di Protezione Civile, con la collaborazione della Regione, per le aree del Vesuvio e dei Campi Flegrei prevedono l’evacuazione dei comuni a rischio e la collocazione degli abitanti nelle Regioni gemellate. Nei piani comunali non è per nulla elaborato lo scenario relativo alla collocazione degli abitanti evacuati, la durata prevista per tale soggiorno, il rapporto con il territorio dal quale si sono allontanati, il supporto per le attività interrotte dai lavoratori dipendenti, professionisti, commercianti, la continuità della formazione dei giovani. Manca infine un piano B che preveda la distruzione di parte del territorio, per il verificarsi del temuto evento eruttivo di grande intensità, e la non rioccupazione dello stesso in tempi brevi. Tutto ciò mostra il pericolo della precarietà delle condizioni degli sfollati e il timore che potrebbe sorgere in loro di un futuro drammatico, sperimentato in altri disastri, se non si corre ai ripari con l’intermediazione di tecnici competenti per ricostruire i legami della comunità con il suo vissuto prima della cesura dell’eruzione.

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