Il silenzio di Daryali: la ferita umana che l’Europa sceglie di ignorare

Il silenzio di Daryali: la ferita umana che l’Europa sceglie di ignorare

di Cristina Di Silvio esperta in relazioni internazionali

«Il confine non è solo una linea geografica, ma un dispositivo sociale che decide chi può esistere e chi deve essere cancellato». Così scrive lo studioso Achille Mbembe, e questa riflessione squarcia il velo di silenzio che avvolge oggi il checkpoint di Daryali, al confine tra Georgia e Russia, dove centinaia di cittadini ucraini deportati sono intrappolati in un limbo di invisibilità e dolore. Questo non è un problema astratto, ma una ferita aperta nel tessuto umano ed etico dell’Europa. Qui, nel 2025, uomini, donne, bambini — deportati con la forza, strappati dalle loro case — aspettano, senza acqua, senza cure, senza futuro. La loro sofferenza sembra lontana dai palazzi di Bruxelles, dagli scenari delle conferenze internazionali, ma in realtà è la cifra più tangibile dell’insufficienza di un sistema di protezione che si dice universale e invece selettivo. Il diritto umanitario internazionale e i diritti umani, così solennemente sanciti in trattati e convenzioni, dovrebbero essere la barriera invalicabile contro questa brutalità. In particolare, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR, art. 12.4) tutela il diritto di ogni individuo a lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e a ritornarvi, garantendo il diritto al ritorno. Nel caso di Daryali, questo diritto è palesemente negato. Ancora più gravemente, il divieto assoluto di tortura e trattamenti inumani o degradanti, sancito dall’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e dal Principio 7 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, è violato dalla detenzione forzata in condizioni disumane e degradanti, prive di servizi igienico-sanitari, protezione e assistenza sanitaria. La Convenzione di Ginevra IV (art. 49 e 147) proibisce le deportazioni e i trasferimenti forzati di popolazione civile nei territori occupati, qualificandoli come crimini di guerra. I cittadini ucraini deportati rientrano esattamente in questa categoria, eppure il loro trattamento non suscita reazioni adeguate da parte degli organismi internazionali. Inoltre, l’articolo 13 della CEDU garantisce il diritto a un ricorso effettivo davanti a un tribunale per violazione dei diritti riconosciuti dalla Convenzione. Il blocco al checkpoint di Daryali e l’assenza di meccanismi di tutela legale rappresentano una palese violazione di questo diritto fondamentale. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel caso Hirsi Jamaa e altri c. Italia (2012), ha chiarito il principio di non-refoulement, condannando pratiche di respingimento collettivo e sottolineando che nessuno Stato può eludere i suoi obblighi internazionali semplicemente chiudendo le frontiere o adottando procedure amministrative evasive. Questa sentenza fa eco alla situazione di Daryali, dove la chiusura silenziosa delle frontiere produce un respingimento de facto di persone vulnerabili senza alcuna garanzia giuridica. Un altro precedente significativo è il caso M.S.S. c. Belgio e Grecia (2011), dove la Corte ha denunciato le condizioni degradanti nei centri di detenzione per migranti, sottolineando come l’assenza di adeguata protezione e assistenza rappresenti una violazione dell’articolo 3 della CEDU. Anche in Daryali, le condizioni di detenzione forzata e il mancato accesso all’assistenza sanitaria configurano un trattamento incompatibile con gli obblighi umanitari europei. La sociologa Arlie Hochschild ci ammonisce sul costo emotivo e sociale di queste esclusioni: «Quando le istituzioni falliscono nel riconoscere la sofferenza umana, il tessuto sociale si lacera, lasciando individui isolati nella solitudine del loro dolore». Il dolore di Daryali non è lontano. È un grido soffocato che attraversa valichi e frontiere, un trauma collettivo che investe la comunità europea tutta, ponendo una domanda scomoda: quale Europa stiamo costruendo, se a determinare chi merita protezione è la logica della selezione e del calcolo politico? Più che mai, la crisi di Daryali rivela la fragilità e la crisi del diritto umanitario contemporaneo. È la conferma di quanto il sistema multilaterale si appoggi troppo spesso a interpretazioni elastiche, lasciando intere vite nell’ombra. Hannah Arendt, studiando i totalitarismi, parlava della «banalità del male»: quel momento in cui l’indifferenza istituzionale e la rinuncia morale si intrecciano, producendo sofferenze che la legge dovrebbe prevenire. Eppure, nel silenzio delle cancellerie, questa banalità continua a consumarsi. Ecco perché non possiamo limitarci a denunciare l’assenza delle istituzioni: dobbiamo chiederci quale immagine di comunità e di umanità stiamo scegliendo. Se la sicurezza è solo difesa degli interessi geopolitici, e non riconoscimento della dignità umana, allora è una sicurezza fallace, una menzogna che ci priva della nostra stessa umanità. Allora, come sociologi, studiosi, cittadini, ci interroghiamo: fino a che punto l’indifferenza è complicità? Come possiamo accettare che centinaia di persone siano lasciate a soffrire senza assistenza, mentre si discute di ricostruzione, investimenti e strategie militari? Daryali è il confine invisibile che l’Europa sceglie di ignorare. Ma non possiamo permetterci di dimenticare che ogni diritto negato a chi è ai margini è un diritto che svanisce per tutti. Il diritto umanitario deve tornare a essere baluardo concreto, non retorica di facciata. Perché il riconoscimento dell’altro, anche e soprattutto quando è vulnerabile, è la vera misura di una società civile. Ignorare questo significa tradire la promessa fondativa dell’Europa, svuotandola del senso più profondo.

Fino a quando resteremo spettatori di questa tragedia? E quale responsabilità siamo disposti ad assumere per invertire la rotta?

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