Breve storia di un cane tradito dal suo padrone di Maurizio Bolognetti

Breve storia di un cane tradito dal suo padrone

 di Maurizio Bolognetti

Non so quale sia il suo nome, il nome che gli aveva dato chi l’ha abbandonata trattandola come un sacco della spazzatura o una cosa inanimata, ma so che è un cane amorevole che non farebbe del male a una mosca. Due miei cari amici, Giulio e Nicoletta, probabilmente ispirati dal suo mantello a chiazze bianche e nere, hanno proposto di chiamarla Juventus. Per ora io non la chiamo affatto. So solo che mi riempie il cuore di gioia il linguaggio non verbale che si è stabilito tra noi. Ho impiegato qualche giorno per guadagnare la sua fiducia. Era, e lo è ancora, traumatizzata e impaurita e, probabilmente, con un atto di devozione incomprensibile per molti umani ancora attende il ritorno del galantuomo che ha deciso di scaricarla a Latronico.

Incontrarla quando le porto da mangiare è una festa fatta di abbracci, prolungate carezze e amichevoli leccatine. Guardo quei suoi occhi neri e profondi e ci vedo amore, fedeltà, tristezza, ma anche gioia di vivere. Ma niente, lei resta lì; almeno per ora resta dove l’hanno lasciata e dove sente, forse, di aver trovato un rifugio dall’umana crudeltà. Non c’è cattiveria, non c’è malizia, solo amore, devozione, fedeltà. La vita nonostante tutto non l’ha incarognita e inaridita, come succede a tanti rappresentanti della specie presunta Homo Sapiens. A volte penso che se solo sapesse fino in fondo di quale brutalità, meschinità e mancanza di pietas e compassione son capaci gli esseri umani, si darebbe alla macchia. E invece Lei è ancora lì e aspetta chi non meritava la sua fiducia e il suo affetto, chi l’ha tradita.

Docilmente, in questi giorni, ha accettato di farsi mettere il collare antipulci. Sembra avere una fame atavica.

Abbandonata e temo pure maltrattata. Fuori dal territorio dove ha deciso di restare, la vedi spaesata e ogni minimo rumore la spaventa; a volte ha paura anche di un gatto e di certo conserva diffidenza nei confronti degli sconosciuti.

Qualche giorno fa ho scritto di getto un pezzo brevissimo per il mio blog. Era il 12 febbraio e ho avvertito l’urgenza di fissare in qualche modo le sensazioni di uno sgradevole incontro e parole che mi hanno lasciato attonito e sgomento. Un’anziana signora incrudelita mi rivolge la parola con tono di accusa: “Il cane è tuo? Io qui devo spalare merda”. Le rispondo: “No, non è mio, sto solo provando ad aiutarla”. E lei di rincalzo e con una nota di cattiveria nella voce: “Ho chiamato il canile”. La cosa che mi ha fatto rabbrividire è il modo in cui l’ha detto, come se avesse detto ho chiamato la Gestapo, l’odio che traspariva da quelle parole, la totale assenza di empatia.

Come disse Totò, più conosco gli uomini più amo le bestie. Anche se, dal mio punto di vista, le vere bestie sono certi umani.

Chiudo questa mia breve nota citando il Konrad Lorenz di “E l’uomo incontrò il cane”: “E infine, quando per silenziosi sentieri in mezzo ai prati, su polverose strade di campagna, oppure in città mi cammina alle calcagna con tutti i sensi tesi a non perdermi, allora lei è tutti i cani che mai abbiano trottato alle calcagna del loro padrone, dal giorno in cui il primo sciacallo dorato cominciò a farlo: una somma incalcolabile di amore e di fedeltà!”.

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