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Il sociologo tra crisi e conflitti

Il sociologo tra crisi e conflitti

Professione sociologica

Il sociologo tra crisi e conflitti

di Pasquale Martucci

Teoria e metodologia, crescita e crisi economica, conflitti e cooperazione, accademia e territorio, queste sono alcune dicotomie risuonate forti, in occasione del Congresso dell’Associazione Nazionale Sociologi, dal titolo: “Il ritorno della Sociologia: una grande occasione per i Sociologi”, svoltosi a Roma-Sapienza, Facoltà di Sociologia, lo scorso 2 dicembre 2022.
E ciò perché le posizioni nette, di difficile ricomposizione, possono lasciare ampie possibilità di intervento per l’affermazione di una professione, quella del sociologo, che necessita di un albo professionale. Esso non è stato voluto un tempo quando considerato troppo borghese; in seguito si è allontanata questa opportunità per divisioni e distanze tra i vari organismi rappresentativi dei sociologi.
Domenico De Masi al Congresso è stato molto chiaro: le opportunità per questi professionisti ci sono, anche perché il modello unidimensionale, quello neocapitalistico, che ha caratterizzato oltre trent’anni della nostra vita sociale, e si è affidato solo alle dinamiche economicistiche, attraversa una crisi difficile da superare se non con profondi e radicali mutamenti. In sostanza, è l’elemento delle disuguaglianze, accentuate sempre più, l’aspetto che non si vuole o non si può affrontare con gli strumenti di analisi consolidati in questi decenni.
La globalizzazione e il diffondersi del pensiero neoliberista hanno determinato un cambio di paradigma sociale e politico nei vari Paesi, quando si è sostenuto che deve essere il mercato a governare la società e non il contrario, consegnando al potere economico anche la visione sociale e politica di uno Stato.
Le conseguenze di ciò hanno determinato un aumento delle diseguaglianze e una diminuzione dei diritti dei lavoratori, a vantaggio dei ceti più benestanti e dei gruppi economici e finanziari.
L’approccio sociologico può contribuire alla comprensione della crisi, che causa la disintegrazione di meccanismi sociali, valori e opinioni tradizionalmente riconosciuti, definendo e studiando le nuove tendenze della società. Ed allora, il pensiero sociologico deve ripensare la ricerca, mettendo in discussione la scelta dei problemi, l’adeguatezza di approcci e metodi, il patrocinio e il finanziamento degli interventi. Il pensiero di una nuova sociologia deve ispirarsi alla valutazione critica delle forme esistenti di vita sociale per scoprire futuri possibili. I sociologi si dovrebbero occupare di una serie di dinamiche, abbastanza numerose: pensiamo a tutto ciò che è ruotato intorno alla pandemia, oppure ai disastri della guerra, o ancora ai temi ambientali che vengono sempre procrastinati in là, o alle attualissime marcate condizioni di genere. Questi temi caratterizzano esempi di radicalizzazioni, distanze sociali, oppure per De Masi le vecchie e care dicotomie che producono conflitti. Dunque, con il ritorno dei conflitti c’è il ritorno dei sociologi, che potranno occuparsene, analizzarli, per offrire alla società studi molto meglio formulati.
Siamo in una condizione simmetrica, competitiva, per rivendicare contrapposti bisogni. Il conflitto è complementare alla cooperazione, in cui i cooperanti offrono promesse e ricompense piuttosto che minacce e attacchi. Ciò è accaduto in diversi decenni, fino alla crisi finanziaria del 2008 e degli anni seguenti, quando si è radicalizzata la situazione: alcuni individui e gruppi si sono avvantaggiati occupando una certa posizione, vivendo una determinata condizione sociale; tutto ciò a discapito di altri individui sempre più numerosi, che vivono le disuguaglianze in termini di differenti opportunità, oltre che di condizione sociale.
La questione accademia/territorio è centrale. Essa passa tra il sociologo universitario e quello sul campo. Il chiuso di una stanza del resto non paga in termini di conoscenze dei bisogni del territorio. Qui è incisivo Domenico Condurro, il presidente ANS Campania, che sottolinea un certo avvicinamento alle università, con una serie di iniziative e progetti che vedono coinvolti studenti in sociologia, con qualche apertura di docenti lungimiranti.
Condurro, ma anche altri intervenuti, rimarcano l’importanza del ruolo del sociologo del territorio, in quanto in un momento difficile c’è un ritrovato entusiasmo, con l’avvertenza di coniugare teoria e azione. Solo una visione sociologica può occuparsi della tutela del territorio e delle comunità. Il sociologo è un professionista che agisce: organizza, si relaziona, cura il rapporto tra strutture e istituzioni. È importante la comunicazione e la visibilità, ma tutto ciò passa attraverso azioni unitarie.
Nella teoria sociologica coesistono diverse prospettive, diverse “visioni”, senza che alcuna di esse possa considerarsi esclusiva o superiore alle altre. È determinante la ricerca empirica, l’osservazione diretta o indiretta dei fatti. Ecco l’importanza dell’impegno territoriale, la chiave di volta delle incisive azioni del presidente nazionale ANS Pietro Zocconali, che con particolare dedizione si occupa di questa Associazione. Il suo monito è di agire come professionisti uniti e compatti per poter realizzare l’affermazione di una figura professionale indispensabile, quella del sociologo.
Lascio per ultimo il rapporto teoria/metodologia, importante se si cala nella visione epistemologica di una scienza, quella sociologica, che non può prescindere da entrambe. La teoria senza un metodo di ricerca è niente, come accadeva ai primi sociologi italiani, che studiavano i tedeschi ed apprendevano dalle ricerche americane. Ed allora si è riproposta per tanti la questione della ricomposizione di questa dicotomia che è centrale, come sottolineano il preside della Facoltà di Sociologia della Sapienza Tito Marci, e il docente Stefano Scarcella Prandstraller. Dalle loro parole emerge il senso forte della formazione complessa della sociologia e dei futuri sociologi, attenti ad equilibrare i rapporti teoria/prassi, aprendo l’orizzonte a futuri ed ampi scenari. Partire dalla conoscenza della teoria sociale da cui attingere per interpretare la realtà, avendo cura di attuare una metodologia della ricerca sociale dotata di adeguata fondatezza scientifica.
Per entrare nello specifico, ogni Facoltà di Sociologia indica le innumerevoli aree di ricerca che rappresentano i principali interessi scientifici, vale a dire i maggiori settori di analisi empirica e di rielaborazione teorica. Pensando a Milano, il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale si occupa di: dimensioni del mutamento socioeconomico; dinamiche migratorie; economia e management dell’impresa; diritti umani e cittadinanza; famiglie, generi e generazioni; forme simboliche e strategie mediatiche; forme e dinamiche dei fenomeni turistici; identità e culture collettive; società multiculturali e mutamenti in politica; organizzazioni e società; regolazione e controllo sociale; sviluppo locale, capitale sociale e reti; trasformazioni del lavoro e del mercato del lavoro; trasformazioni del territorio e dell'ambiente; welfare e politiche sociali; cooperazione e sviluppo umano.
Se ai tempi della sua affermazione, la sociologia includeva la ricerca su aspetti legati a sistema sociale, funzione, classe sociale, genere, norme sociali, in seguito lo studio delle istituzioni ha avuto un ruolo rilevante, soprattutto quello della famiglia e della scuola, per poi passare ai problemi della società stessa, come la devianza, il crimine, l’immigrazione, il lavoro, l’arte, la cultura, il rapporto tra integrazione sociale, ordine e diritto. La sociologia studia soprattutto aspetti della vita quotidiana, agendo in alcuni casi attraverso prospettive interconnesse. La Facoltà di Sociologia di Napoli presta attenzione a: la prospettiva demografica, che si occupa dei cambiamenti e delle tendenze quantitative delle popolazioni; la prospettiva psico-sociale, che cerca di spiegare i comportamenti in base al significato che essi assumono per gli individui; la prospettiva delle strutture collettive, in base alla quale i sociologi studiano gruppi, organizzazioni, comunità; la prospettiva delle relazioni, centrata sui ruoli e sulle aspettative ad essi collegate; la prospettiva culturale, che analizza i comportamenti sulla base degli elementi cardine della cultura, le norme e i valori.
Considerando la vastità degli ambiti di ricerca, mi sembra pertinente la conclusione di Stefano Agati che ha rilevato la grande responsabilità dei sociologi di attuare incisive azioni di lotta per “la spendibilità del nuovo pensiero sociologico e della loro professione”. C’è una crisi della tradizione classica ed occorrono nuovi strumenti per stare insieme: il nuovo destino dell’umanità è essere uniti, nonostante ciò che accade sotto i nostri occhi. Si chiama “umanità planetaria”, il riferimento è alla complessità di Morin, in cui la sociologia si può affermare attraverso il sapere scientifico e la capacità di agire. Si tratta di guardare alle nuove forme che si affermano: la tecnologia, la comunicazione social, tutto ciò che consente al soggetto di percorrere qualsiasi fase della vita, per guardare oltre l’orizzonte.
Per tutti questi motivi si delinea la concreta possibilità di intraprendere nuovi e più proficui percorsi, magari con il coinvolgimento di molti tra i sociologi italiani che andrebbero valorizzati per non lasciarli soli, come è sempre accaduto, alle responsabilità di definire il loro futuro.

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