A 23 anni ero iscritta al terzo anno di medicina

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A 23 anni ero iscritta al terzo anno di medicina

di Annamaria Medugno

A 23 anni, anno più anno meno, ero iscritta al terzo anno di medicina, tutti gli esami fatti. Mi ero iscritta a medicina un po' per caso, avrei voluto fare psicologia, ma all'epoca la facoltà c'era solo a Roma, e i miei genitori non mi ci vollero mandare.
In realtà, forse, non è che mi volessi iscrivere a psicologia, ma andare a vivere a Roma. Vagliai le altre facoltà che pure mi piacevano, fisica, lettere…poi i miei amici si iscrissero tutti a medicina e decisi di fare lo stesso. Indirizzo neuropsichiatrico, all'epoca si poteva.
Al terzo anno, la crisi, non ero più tanto sicura degli studi scelti, nonostante avessi superato tutti gli esami, e poi… quella voglia di andarmene di casa, di essere autonoma, di guadagnare qualcosina, al di là di tutti i lavoretti che già facevo (babysitter, ripetizioni, volantinaggio) – perché all'epoca non volevamo dipendere dalla famiglia, almeno non per le spese 'personali'. Ci faceva vergogna.
Andai a lavorare in un asilo, mi piaceva stare con i bambini.
E fu così che iniziai a frequentare le amiche che ancora oggi sono le mie più care amiche. Con le quali abbiamo trascorso tutta la gioventù e poi l'età adulta, abbiamo fatto viaggi, vacanze, siamo andate al cinema, al teatro, nei locali dove si faceva jazz; e poi con i nostri figli, cresciuti insieme… E ora i nostri figli, ormai trentenni, qualcuno sposato, si frequentano, qualcuno di più, qualcuno di meno, ma tra loro tutti ancora un gran bene.
Dopo qualche mese di lavoro, decisi di riprendere gli studi, lasciai il lavoro perché non riuscivo a fare bene entrambe le cose, medicina è tosta, per chi studia seriamente, e anche i bambini hanno bisogno di attenzione, di dedizione.
Io non ero capace di fare bene entrambe le cose.
E arrivai alla richiesta della tesi. Avrei voluto fare neuropsichiatria infantile (mannaggia a me che non ho insistito, avrei avuto una vita lavorativa molto più facile a Napoli, ma questa è un'altra storia) ma il prof. mi fece storie, e poi voleva che frequentassi tutti i giorni la clinica, e io non potevo, stavo recuperando gli esami con cui ero rimasta indietro. Così ripiegai su psichiatria, che forse, in fondo, mi interessava anche di più. Sicuramente, il prof. D'Errico, della cattedra di psicoterapia, era più sciolto e mi affidò al prof. Romano, psicoanalista, che mi fece conoscere Winnicott, che poi portai in seduta di laurea. Poi gli anni di disoccupazione, di precariato, i tanti lavori svolti pur di rimanere nel campo, la realtà che tutto è fuorché psicoanalitica, la psichiatria di 'strada', proprio nel senso concreto del termine…
Oggi… oggi non sono quel che si dice una psichiatra di successo, lavoro in un posto dove non c'è nemmeno il cesso (è rotto da un anno, ci vorrebbero una cinquantina di euro per cambiarlo, ma…mah!), nel rione più difficile di Napoli e forse d'Europa. Ma quanta umanità ho incrociato, e incontrato. Anche ieri, quando è tornata una madre che avevo seguito anni fa, disperata per la malattia della figlia e poi per la perdita della figlia (quando morì D., la madre mi regalò una collanina con un crocifisso d'oro, perché lo tenessi sempre con me, in ricordo di D.) e mi ha portato una sua vicina di casa, una ragazza, disperata per amore e non solo, e mi ha fatto vedere le foto delle sue bellissime nipoti, la prima ormai quindicenne, e mi ha detto: “dottoressa, la posso abbracciare?”.

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