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Licenziato il giornalista Maurizio Bolognetti da Radio Radicale

Licenziato il giornalista Maurizio Bolognetti da Radio Radicale

Licenziato il giornalista Maurizio Bolognetti da Radio Radicale.
Voce indipendente dell’informazione, aveva ricevuto ad aprile il Premio Robert Ezra Park 2022 e a luglio il Primo Premio Biennale di Procida 2022

di Sergio Mantile

Caro Maurizio, quello che è accaduto è surreale. Nella primavera-estate 2022, nel giro di pochi mesi, hai ricevuto due premi ed un licenziamento. Il premio Robert Ezra Park dall’Associazione Nazionale Sociologi – Dipartimento Campania, per l’attività di giornalismo investigativo e di informazione scientifica, in particolare sul biennio pandemico Covid-19. E poi il Primo premio della Biennale di Procida, Capitale della Cultura 2022, per il tuo ultimo libro La settima dose. Infine, il licenziamento dall’editore di Radio Radicale. Come spieghi questo contrasto di atteggiamenti nei tuoi confronti?

Se ho una colpa è quella di aver chiesto all’editore e al direttore di onorare il motto dell’emittente radiofonica per la quale ho collaborato. Il motto in oggetto recita: “conoscere per deliberare”. Ecco, credo e lo ripeto, di aver onorato in questi anni la mission di una radio che di continuo ripete ai suoi ascoltatori di essere dentro, ma fuori dal palazzo. Nel corso di questa pandemia mi son fatto carico di raccogliere le voci di coloro che venivano rimossi, censurati, linciati, degli “eretici”. Ho ripetutamente chiesto al direttore di testata di far ascoltare non dico tutte, ma almeno alcune delle interviste che andavo realizzando. Non solo quelle interviste non sono mai state mandate in onda, ma a partire da un certo momento anche la mia voce è stata letteralmente cancellata dal palinsesto della radio e sono arrivati al punto di censurare manifestazioni, sit-in e azioni nonviolente. Non potevo non fargli notare tutto questo. Non sono io a decidere la linea editoriale, ma ritengo che Radio Radicale sulla vicenda Covid si sia totalmente appiattita su una narrazione di regime e nel regime. Avremmo reso un favore agli ascoltatori di Radio Radicale se avessimo messi gli stessi nella condizione di poter ascoltare, affianco alla voce di Antonella Viola, anche quella di un luminare come il prof. Garavelli o il dr. Donzelli, per dirne una.

A tuo avviso, quali sono i principali problemi dell’informazione in Italia? Ritieni che abbiano qualche attinenza con il fatto che l’Italia negli ultimi anni ha disceso diversi scalini nella classifica della libertà di stampa, fra i 180 Paesi considerati, arrivando nel 2022 alla 58esima posizione?

Il 9 ottobre 1989, rivolgendosi all’allora Presidente della Camera Nilde Jotti, Marco Pannella scriveva: “Dovunque si volga lo sguardo il prevalere di impulsi, riflessi, violenze istituzionali e sociali di carattere inequivocabilmente fascistico mi appare tragicamente chiaro. Se manca, o sembra mancare, la violenza squadristica, con le sue vittime e i suoi assassini, è perché l’assassinio dell’immagine, della verità, della tolleranza, delle idee, delle stesse leggi e del loro fondamento morale, la Costituzione, lo si compie oggi ogni ora, in modo più completo, profondo, radicale di allora, attraverso l’opera dei mass-media (in primo luogo la RAI-TV, il cui teppismo e squadrismo, non più nella sola prima rete, ma ancor più nella rete “socialista" e nella sua gestione “presidenziale"; ma anche grazie allo scatenarsi, convergente con quelli, dei giornali, espressione dei maggiori gruppi industriali e di potere italiani e multinazionali”. Dici che questo risponde alla tua domanda? Io temo che dal 1989 ad oggi le cose siano ulteriormente peggiorate. Vogliamo aggiungere che larga parte della stampa vive di finanziamenti pubblici? Intendiamoci, io non sono pregiudizialmente contrario ai contributi alla stampa, a patto che essi siano un diritto per un prodotto che non è una merce qualsiasi e non un do ut des. Come sai sono uno che ama citarsi addosso e allora consentimi di chiudere questa risposta con una riflessione del buon Gaetano Salvemini, che nel 1937 scriveva: “Un uomo vale tanto quanto sa. Se gli si proibisce di apprendere nuovi fatti e nuove idee gli si mutila l’anima e la gravità della mutilazione è proporzionata alla durata della sua ignoranza. Senza libertà di stampa, un popolo diventa cieco, sordo e muto. L’individuo torna inconsciamente al sistema medievale dei clan. Vi regna una notte perpetua in cui vagano spiriti smarriti, vuoti di idee”. La verità è che non solo è calata la notte, ma c’è un’autentica eclissi. É buio pesto e hanno mutilato l’anima di un popolo. Democrazia e diritto alla conoscenza sono sinonimi e il diritto alla conoscenza è un diritto umano. E allora la domanda è: che democrazia è la nostra? Siamo cinquantottesimi? A giudicare da quel che vedo e leggo dovrebbero ulteriormente retrocederci.

L’idea tradizionale che si aveva di Radio Radicale e dei suoi servizi era all’opposto un’idea di grande apertura e libertà, in particolare nel trattare temi scomodi. Tu ne sei stato uno dei protagonisti, sostenuto e talvolta difeso da Marco Pannella in persona. Che cosa è successo a Radio Radicale dopo Pannella?

Nel 2019, ci tengo a ricordarlo, ho condotto uno sciopero della fame durato quasi 100 giorni per difendere il pluralismo, il diritto alla conoscenza e la vita di Radio Radicale. Succede che ciò che avremmo dovuto onorare è stato ridotto a simulacro. Se penso che uno dei motti di Radio Radicale fu coniato dal compianto Dino Marafioti e recita “Dentro, ma fuori dal palazzo”, mi viene da sorridere. Ho l’impressione che vada cambiato con un “asserragliati nel palazzo”. Trovo incredibile che la Radio che è stata “Radio parolaccia”, nel corso di questa emergenza sanitaria e democratica, abbia scelto una linea editoriale di totale esclusione delle voci del dissenso; che abbiano scelto di non mandare in onda e non far ascoltare le voci di cittadini, avvocati, medici, sociologi non allineati.

Quali sono, a tuo parere, oggi le paure che possono indurre un editore a chiudere la bocca ad un suo giornalista e a non lasciarlo semplicemente gridare nella Babele comunicativa generale?

Pressioni da parte di chi può allargare i cordoni della borsa, conformismo, opportunismo. L’essere preoccupati di non infastidire i padroni e i padrini del vapore. I miei servizi spesso sono urticanti.

Difficilmente, però, resterai in silenzio. In quali forme continuerai a svolgere la tua attività di osservatore, studioso ed informatore indipendente?

Ho un canale YouTube; ho i miei spazi social. Speriamo che non diventino un ghetto o un gulag. Bè, per dirla tutta in un gulag mi ci sento già ora.

Perché non ti sei piegato? Non era più conveniente essere retribuito e scrivere pezzi meno “irritanti” o meno “paurosi” per alcuni?

Perché in coscienza avrei tradito il motto di Radio Radicale, che è “conoscere per deliberare”. Perché ritengo che ci sia un regime e che questo regime vada raccontato e denunciato. Perché non avrei onorato la mia coscienza e perché avrei barattato le mie convinzioni per ciò che di certo sarebbe stato conveniente. Perché io ero lì per onorare una storia. Perché non è nella mia natura. Mi è costato? Sì, mi è costato tanto. Avrei potuto fare scelte diverse? Certo, avrei potuto, ma ho scelto di non farlo anche quando ho capito dove stavamo andando a finire. Ho sperato fino alla fine che qualcuno dei miei compagni potesse capire e ho provato a far capire. Parole al vento.

Mi concedo adesso una piccola nota in coda all’intervista a Bolognetti, che è limpida ed esaustiva come lui, e non ha bisogno di altro. Lo faccio perché, dopo avergli parlato a telefono, ho pensato a quegli amici che hanno pagato con la sospensione dal lavoro e dallo stipendio la loro coerenza e il loro senso etico, molti dei quali conosciuti virtualmente, proprio grazie a Maurizio. Firmare petizioni, mettere i like sotto ai post, sottoscrivere un appello sono cose importantissime. Spesso fondamentali. Ma quando le nostre opzioni incidono direttamente sulle nostre vite, sulle basi materiali delle nostre vite, richiedono un impegno particolare. Mi ricordo sempre quando, giovane sociologo, un operaio cui avevo chiesto di parlarmi della stanchezza, mi rispose facendomi passare otto ore in fabbrica accanto a lui. La parola stanchezza e la stanchezza nella carne sono cose diversissime. Maurizio non è benestante, non ha proprietà o fonti di reddito che gli consentano di scrollare le spalle per un licenziamento, e magari andare in villeggiatura da qualche parte per levarsi un poco di amaro dalla bocca. Però, caro amico mio, quella testaccia sua neanche un poco l’ha voluta piegare.

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