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Mitodologia della guerra e immaginario sociologico

sociologia generale

Mitodologia della guerra e immaginario sociologico

di Pasquale Martucci

Siamo in guerra. Non si tratta solo di Russia e Ucraina, ma di un drammatico evento che colpisce globalmente tutti i Paesi, noi compresi. Sembra una guerra strana, per molti versi incomprensibile, soprattutto perché non pare percorribile la via del dialogo e della mediazione. Sembra irrazionale, irreale, inspiegabile; si scoprono i limiti di un dibattito che non allarga gli orizzonti oltre il livello razionale, oltre l’argomentare attraverso le categorie di causa, effetto, soluzione. Si tratta di ricomporre, al contrario, il divario di razionale e reale per riuscire a districarsi tra le notizie della guerra, soprattutto se osserviamo il fenomeno dalla prospettiva dell’immaginario sociale.

In questo scritto, introdurrò alcuni elementi legati a: mito; social media; immaginario collettivo. I primi due da ricondurre entro aspetti contestuali e spazio-temporali, riguardanti la narrazione; l’ultimo è una possibile prospettiva metodologica di ricerca in ambito sociologico, partendo da un approccio antropologico.

Dalla parte del mito, si può rilevare come la guerra e i progressi di scienza e tecnica sono in stretta relazione, un intreccio tra Eros e Thanatos, come sostenevano Freud e Lacan: quest’ultimo aveva parlato dell’unità pulsionale perché “ogni pulsione è pulsione di morte”, ed ha valenza nel simbolico. L’Eros farà uno sforzo per affermarsi nella lotta contro il suo avversario, anche se non c’è lotta tra vita e morte, ma commistione. Eppure, si confidava nel sapere e nei progressi della cultura, dell’azione di civilizzazione, ed invece l’amore non riesce a frenare la cieca brutalità della guerra. In genere nella simbologia del conflitto Venere cerca di trattenere Marte, il dio della guerra, che sfugge al suo abbraccio, non accetta l’amore ma la furia selvaggia, cieca, spietata, che si accende e toglie ogni sentimento di umanità. Dunque, la guerra appare rappresentata non solo come elemento emozionale ma come ripudio della stessa ragione, come rimozione di ogni valore etico. (1)

Nel mito, ci sono difficoltà di comprenderne il senso da parte delle culture non primitive, anche se, a ben riflettere, quella parola è evocata anche nella nostra società e potrebbe offrire la prospettiva di un significato insito nelle cose, compreso il suo stesso esistere. Infatti, la mitologia è una forma di pensiero che tende a calarsi nella realtà, onde rivelarne il volto nascosto e gli aspetti più profondi. Il mito inventa in modo simbolico una comprensione delle cose, trova un ordine e un senso anche nella spiegazione di ciò che è impossibile. È rilevante come il materiale mitologico non è sostanza, ma essenzialmente discorso. (2)

Un altro elemento è costituito dalle parole, intese come forme di riappropriazione di informazioni, come sistemi di metafore e di simboli capaci di tradurre l’esperienza in sensazioni. Oggi esse sono sempre più sopraffatte dall’uso delle immagini fino a divenire superflue. Nelle società occidentali avanzate, sono i social media a condurre soprattutto le giovani generazioni ad individuare diversamente i significati della loro esistenza, i valori, i modelli di comportamento, che non sono più detti e raccontati, ma vengono espressi soprattutto dall’immagine e dalla costante connessione. I social media sono indubbiamente una delle più importanti e ormai radicate novità; hanno modificato la narrazione top-down che aveva costruito l’immaginario collettivo e il comune sentire di un’epoca, quella dei mass-media, che oggi sembra volgere al termine. La tecnologia, nel corso degli anni, ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’ambito della trasmissione, trasformando anche i prodotti culturali in merci. Oggi si discute su come il nuovo modo di comunicazione abbia modificato le stesse modalità di pensiero, intelligenza ed emozioni, facendo acquisire nuove consapevolezze e modificando le forme del sapere. La diffusione del web è una delle forme più evolute di comunicazione: la rete delle relazioni sociali che ciascuno tesse ogni giorno si può così materializzare, organizzare in una mappa consultabile, e arricchire di nuovi contatti. I social media fanno riferimento allo strumento, il supporto virtuale che permette alle persone di comunicare. (3)

Tutto ciò porta ad introdurre l’immaginario collettivo, che dà forma alla memoria collettiva: un insieme di simboli e concetti che stanno nella memoria e nell’immaginazione di individui appartenenti a una certa comunità. Qui il campo di indagine si concentra sulle mitologie e sui simboli che sono il patrimonio genetico delle forme di rappresentazione di un sistema sociale. (4)

Una notazione va al lavoro di John B. Thompson che intese l’immaginario collettivo come la dimensione creativa e simbolica del mondo sociale, attraverso la quale gli esseri umani creano i loro modi di vivere insieme. L’interazione mediata, la creazione di nuove forme di visibilità sociale, la trasformazione della tradizione portano gli individui a produrre e trasmettere le forme simboliche, attraverso: fissazione; riproduzione; autenticità; distanziazione spazio-temporale; utilizzo di mezzi tecnici. (5)

Michel Maffessoli si occupò di immaginario, riprendendo, nella seconda metà del novecento, le tesi dell’antropologo Gilbert Durand, che aveva guardato con sospetto le idee omogenee e i luoghi comuni che avevano caratterizzato gli studi di comunità. Lo stare insieme nella società è un sentimento di appartenenza e il reale sarebbe possibile nel confronto con l’irreale, con i fantasmi, i sogni, i miti e i simboli. (6)

Durand prima e poi Maffessoli introducono la forza invisibile, l’immaginario, riportato a valenza scientifica, a paradigma, dopo aver ricomposto proprio quella dicotomia reale/immaginario. E qui si aprono prospettive di analisi interessanti per comprendere le realtà del mondo contemporaneo e contestualizzare i fenomeni che si succedono nel corso della storia. Valentina Grassi cerca la valenza del lavoro di Durand per proporre la funzione creatrice delle immagini simboliche, dove il reale è frutto di un processo in cui coincidono stati psichici ed eventi esterni. Ad ogni modo, l’autrice aveva già considerato queste tematiche. (7) La Grassi sostiene che è nel corso del XX secolo che si ha una rivalutazione del concetto di immaginario come “sistema dinami­co, organizzatore di immagini che assumono senso grazie alla relazione che intercorre tra loro”. (8)

Il suo intento è di rilevare una sociologia attenta ad un approccio fenomenologico e comprensivo delle forme di socialità e del ruolo all’inter­no del vissuto quotidiano e collettivo. In quest’ottica, la conoscenza è in perpetuo movimento, è sempre approssimativa e intuizionista soprattutto quando si studiano entità fluide come il vissuto quotidiano. Partendo dal concetto di forma di Simmel, o il “formismo” di Maffessoli, il ricercatore è coinvolto in un processo conoscitivo che attiva una necessaria interazione fra l’osservatore e il suo oggetto. È istillando a piccole dosi la propria soggettività nelle analisi compiute che si arriva a comprendere la complessità sociale: solo così è possibile far emergere le dimensioni mitiche e immaginarie di cui si nutre la conoscenza comune. La realtà è il risultato di rappresentazioni collettive che si fondano sull’universo imma­ginale in cui ogni società è immersa. All’interno delle società moderne, accade l’affiorare di tribù, nel linguag­gio maffessoliano, animate da un’etica dell’estetica, Esse condividono delle caratteristiche: emozioni e passio­ni comuni, radicamento nel territorio, una dimensione quotidiana e rituale e il desiderio di erranza. (9)

Nella prefazione al lavoro di Durand, curato da Valentina Grassi, Michel Maffessoli (10) crede nell’importanza delle tesi del suo maestro, che aveva realizzato una famosissima opera nel 1960: “Le strutture antropologiche dell’immaginario”. Qui il linguaggio e la socialità, caratteristiche fondamentali dell’uomo, sono resi possibili solo dai simboli che insieme ai miti devono essere studiati nelle sue unità costitutive, quelle che Lévi-Strauss chiamava “mitemi”. Essi sono necessari per realizzare un’esistenza umana integrata e aperta; e attraverso l’interazione fra la soggettività della persona e l’ambiente circostante è possibile far sì che l’esperienza umana non sia ridotta solo alla sua dimensione biologica e a quella dell’economia e del lavoro. (11)

L’antropologo realizza una struttura complessa ma duttile: ponendo la rappresentazione immaginaria, egli riconosce appie­no i debiti del pensiero alla fantasia, ed invita a ridiscutere e le prerogative delle funzioni sociali improntate al razionalismo economico, in vista di un politeismo-relativista ispirato da una profonda filosofia dell’immaginario. (12)

Il ritorno all’immaginario soppianta il pensiero calcolatore, economico, per approdare a quello iconico, attento al qualitativo. È un pensiero meditativo, ovvero la “memoria collettiva come fondamento della vita sociale”. Il dovere della memoria determina le modalità di comportamento, lo stare al mondo individuale e collettivo; essere in-comune restituisce importanza al corpo, ai sensi, al sensibile. Sostiene Maffessoli che “il dovere della memoria assume un percorso mitodologico”, in cui le fantasie dell’immaginario sono vissute “come gli archetipi che ridanno forza e vigore alla vita di tutti i giorni”. Durante le fasi nascenti delle culture, i momenti fondanti di ciò che diventa civilizzazione sono gli “emblemi”, che uniscono pensiero e sentire. È dai sensi che si accede all’intelletto, che è infinito. E l’immaginario permette di passare dal visibile (sensi) all’invisibile (mente). È a partire da: immagini, immaginazione, immaginario, immaginale, che si crea la vita individuale e collettiva. (13)

Oggi l’immaginario è articolato in costellazioni di immagini simboliche prodotte da una serie di pratiche immaginative: l’immaginario rappresenta sia la struttura che orienta le azioni degli attori sociali sia i prodotti creativi del loro agire. Di conseguenza, emerge come l’immaginario sociale sia un terreno molto ambiguo, dove integrazione e conflitto, libertà e dominio si sovrappongono. Le rappresentazioni dell’immaginario sono connesse a strutture (i corpi) e a sovrastrutture (i significati intellettuali), in cui sia i sogni sia i miti confermano un potere figurativo dell’immaginazione che travalica i limiti del mondo sensibile, essendo trascendenti ed indipendenti da esso. Se l’immaginario è il prodotto diretto delle tensioni e delle relazioni che l’uomo ha con il suo ambiente, sia fisico che mentale, allora esso è anche la realtà trasformata nella sua rappresentazione, una storia che si è accumulata e che continua ad agire in noi al di là di ogni concretezza. I suoi contenuti sono soprattutto astratti; tuttavia i simboli, le immagini, le idee hanno un impatto concreto e quasi sempre affettivo.

Per queste ragioni, è importante affermare che l’immaginario è presente, e dell’immaginario e della memoria non si può fare a meno. E ciò affermano prima Durand, poi Maffessoli, infine Grassi, che cerca la legittimazione ad una sociologia dell’immaginario per una complessità della conoscenza.

Note:

  1. : Martucci P. “Le conseguenze della guerra”, http://www.ricocrea.it/2022/04/13/le-conseguenze-della-guerra/.
  2. : Leghissa G., Manera E., “Filosofie del mito nel Novecento”, Carocci, 2020.
  3. : Lovink G., Ossessioni collettive. Critica dei social media, Università Bocconi Editore, 2016; Wallace P., La psicologia di internet, Cortina, 2017; Simone R., Presi nella rete. La mente ai tempi del web, Garzanti, 2019, or. 2012.
  4. : Abruzzese A., L’intelligenza del mondo. Fondamenti di storia e teoria dell'immaginario, Meltemi, 2001.
  5. Thompson J.B., Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, Il Mulino, 1998, or. 1995.
  6. : Durand G., Introduzione alla mitodologia, a cura di Valentina Grassi, Mimesis, 2022.
  7. Grassi V., Introduzione alla sociologia dell’immaginario. Per una comprensione della vita quotidiana, Guerini, 2006.
  8. Grassi V., in Durand G., 2022, p. 10.
  9. : Parisi I., Introduzione alla sociologia dell’immaginario. Per una comprensione dell’immaginario di Valentina Grassi, in “Rivista di Studi Sociali sull’immaginario”, Anno II, numero 2, dicembre 2013.
  10. Maffessoli M., Prefazione, in Durand G., 2022, pp. 7-11.
  11. Durand G., Le strutture antropologiche dell’immaginario. Introduzione all’Archetipologia generale, Edizioni Dedalo, 1984, p. 362.
  12. : Di Blasi S., Gilbert Durand. Le strutture antropologiche dell’immaginario, “Rivista di Studi Sociali sull’immaginario”, Anno III, numero 3, giugno 2014.
  13. Maffessoli M., in Durand G., 2022, pp. 7-11.

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