Ma’ sezione letteratura a cura di Silvio Perrella
Per il Campania Teatro Festival 2026 dal 17 al 20 giugno 2026
Di Rita Felerico
Curata come sempre da Silvio Perrella, la sezione letteratura del Campania Teatro Festival ha in questa edizione riscontrato un notevole successo di pubblico e di critica, quattro incontri che hanno svelato il mondo e il linguaggio in versi di quattro poeti, due italiani e due stranieri, vicini nel loro sentire al tema scelto da Silvio. “Ma’ è la prima sillaba che pronunciamo lallando in attesa di dire mamma – leggiamo nel programma di sala- e in un processo antico e futuribile ci sentiamo più a nostro agio pensando a una Matria che accolga, piuttosto che a una Patria che divida”.
Il legame con le madri, il segno del loro amore e della capacità di donare senza confini, un mondo e un pensiero femminile legato alle tradizioni, alle culture più antiche dei popoli, alle trasmissioni orali, alla poesia e quindi alla poetica che contraddistingue le civiltà è stato il mondo di avventure attraversato.
Ad aprire la rassegna Elio Pecora, Ma’ come mamma: io non sapevo no, quando cantavi/ – forse d’aprile nella stanza accanto- che tu eri la madre, ch’ero il figlio… scrive in una raccolta dal titolo L’avventura di restare. Sfiora con questi versi due tratti importanti il canto e il riflesso / rivelazione come accaduta fra gli specchi di un labirinto della madre come donna, compagna di vita. Non accade come in Pasolini – dice Elio – di imbattersi nella figura di una madre deificata, in un regno di madri ‘immaginative’. Il restare nel titolo della raccolta è avventura dell’accettare e dell’ascoltare con libertà da pregiudizi, ascoltare nel canto della madre lo strazio dell’essere donna e il dolore del tempo che attraversa, era un canto – afferma Elio – che, come dice Roland Barthes per la Callas, è di cuore e sentimento.

E nel prendere una chitarra – venendo al Festival ha espresso il desiderio di cantare in pubblico, considerando questo gesto come un ritorno – con la sua giovane voce di poeta ha intonato celebri canzoni napoletane, Era de maggio, O sole mio che per Elio sono paragonabili ai Lieder di Schubert. I poeti sono cantori, scrivono Canzonieri, ballate (Elio pensa ai ritmi di Saba, Foscolo) perché i poeti non possedendo del tutto se stessi possiedono un sapere non scritto, sono espressione di un’arte della memoria vivente: poesia è creatività, spontaneità ritrovata.
Vive a Parma da anni Hisam Jamil Allawi, Ma’ come Matria, poeta curdo siriano che fino a 5 anni ha parlato la lingua della madre, analfabeta, il curdo non l’ha mai imparato. Per andare via dal suo Paese – ancora oggi difficilmente raggiungibile per lui – ha dovuto studiare e laurearsi in arabo, lingua nella quale scrive, insieme anche all’italiano, Italia sua Patria: la patria prima di essere una terra / è una donna che trasforma l’assenza in presenza/ e la presenza in una preghiera / che si sussurra nel silenzio del cuore. Così scrive Jamil in Matria. La madre, la patria.
La lingua è qualcosa che si lega alla vita, ne segna il percorso, la caratterizza e la poesia è un inciampo, una identità che si costruisce con le relazioni, gli affetti, gli amori. Matria è scritto in italiano, come parole arabo – curde contro la jihad, e la traduzione dell’ispirazione parte dal concetto in uno di matria = madre. La sua mamma, analfabeta, non può leggere i suoi versi arabi e Jamil non ha ancora pensato di scrivere in curdo, nel curdo materno.
E pensando a come parla di Aleppo la sua poesia non si legge più come rifugio, ma come lingua espressiva, l’unica voce con cui dire, parlare, comunicare
Jamil ha scritto un libro di grammatica araba, insegna e ha tradotto lettera ad una professoressa di Don Milani in arabo e in italiano il romanzo curdo Quando i pesci hanno sete.
Ascoltando, interagendo con Jamil, cadono le barriere che dividono le lingue, le sovrastrutture logiche che impediscono l’ascolto, il dialogo e la condivisione.
Ismaél Diadié Haidara Ma’ come Mali. Nato nel Mali, da una nobile famiglia, la vita di Ismaél è una lunga storia di esilio: io sono sempre in fuga – dichiara il poeta – e la mia famiglia è in esilio da sempre, ma provo quasi gratitudine per questo, mi ha permesso e permette di fare tanti incontri. Parla francese ma la conversazione viene tradotta in spagnolo, oggi vive in Andalusia. Anche in questo incontro le lingue non sono ostacolo ma unione di pensieri, confronto; nel lasciare la sua Patria, Timbuctù, Ismaél trova nella poesia il suo rifugio La mia vita: un istante tra due infiniti. Le mie terre: una traccia cancellata dal vento, scrive.
Le Tebrae sono una forma poetica, una sorta di haiku africano, di 14 sillabe in meno rispetto all’haiku, formata da due versi composti in lingua hasaniya dalle donne del deserto, tra il sud del Marocco, Walata, Tishit, Wadan e Timbuctù, un prodigio poetico che solo le donne sanno compiere, composizioni orali che nascono nella notte, sulle dune, ispirate dall’amore: una donna canta e compone, le altre seguono.
Si canta e si dice dell’amore, delle gioie, delle pene, delle ferite della vita; ha iniziato a comporre Tebrae dopo la morte della madre, nel 2002 – il lutto nel suo Paese dura fino a 40 giorni dopo la morte – e in seguito nel 2011, nel 2021 in tempo di guerra. Come dice Ismaél le parole vere in una lingua sono il silenzio e quanto resta della relazione che esiste fra le parole, le lingue, la vita: il silenzio dell’infinito. Ogni parola racchiude il silenzio, le parole separano le cose dalla vita e il silenzio le racchiude nell’infinito. E qui il richiamo a Virgilio e Leopardi, il ricordo del padre che recitava a lui piccolo versi di Virgilio, il ricordo e la memoria di Leopardi, bellezza della poesia che nel verso libero vede il verso rimare con i nostri.
Grazie alla Casa della Poesia di Baronissi, che compie trent’anni, festeggiati con la pubblicazione di un volume che ne racchiude la storia, Ismaèl è qui al festival, a Napoli dove ha visitato le tombe dei poeti amati, Virgilio e Leopardi, e ammirato i papiri, sulla cui scrittura oggi possediamo più notizie. I papiri perché? perché Ismael è custode di una biblioteca di ben 12mila manoscritti dal 1198 al 1856, una biblioteca di famiglia di cui lui è oggi erede, dopo varie vicissitudini che hanno costretto più volte la famiglia a nascondere e trascinare i preziosi libri in luoghi sicuri, manoscritti ancora oggi in fuga dopo la ijad.
Con una preziosa lectio sulla sobrietà tenuta all’Istituto per gli Studi Filosofici di Palazzo Serra di Cassano, dove il poeta parlando di Epicuro, ha dimostrato una profonda conoscenza della scuola filosofica napoletana, Ismaél con la profondità della sua voce lascia un segno indimenticabile nelle menti e nel cuore: Un giorno l’erba crescerà sulla mia tomba ma non piangete. Nuvola fluttuante ho riso di tutto.
Un ringraziamento particolare a Silvio, e al team di Vesuvioteatro, perfetti organizzatori.


Sezione Letteratura Campania Teatro Festival
a cura di Silvio Perrella
organizzazione Vesuvioteatro
coordinamento artistico Brigida Corrado
direzione organizzativa Dora De Martino Geppi Liguoro
coordinamento organizzativo Roberta Verdile
coordinamento tecnico Gianni Rossiello
segretari di produzione Valentina Cepollaro Matteo De Luca
comunicazione e marketing Francesca Liguoro
social media manager Rosa Lo Monte
grafica Elena Cepollaro
fotografie Anna Abet
I libri dei poeti sono disponibili presso Mondadori Bookstore, Galleria Umberto I. Grazie in particolare modo a Daniela Di Marino.
