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La creatività culturale della Svimez

sociologia generale

La creatività culturale della Svimez

La creatività culturale della Svimez

di Pasquale Martucci

In controtendenza rispetto a ciò che si è sempre sostenuto, cioè che con la cultura non si mangia, oggi emerge una differente tendenza che vede la cultura integrare la scarsa capacità produttiva su larga scala, ovvero l’industria che certamente non può raggiungere i territori più isolati, ricchi di un importante patrimonio storico-culturale. Questi ultimi vivono il fenomeno dello spopolamento, a volte anche per inseguire un’industria che permette di aggregare una parte della popolazione molto più vasta, ed allora ci si trasferisce, abbandonando territori marginali, zone che presentano condizioni su cui si potrebbe puntare attraverso una capacità progettuale più incisiva. E ciò senza trascurare ciò che può offrire la tecnologia, le forme attuali di comunicazione, che possono essere attivate anche da zone meno raggiungibili.
Leggendo l’ultimo Rapporto Svimez 2022, rilevo la parte che concerne attività che sono al di là di quelle definite dalla tendenza industriale, che pone il focus su due questioni: a) la capacità progettuale degli Enti locali individuati a tradurre in progetti le scelte di investimento, oggi ingenti per il PNRR; b) ecosistemi di innovazione, misure cruciali per potenziare i processi di trasferimento tecnologico.
Si parla di Mezzogiorno, ovvero di volontà sempre declamata di interventi per lo sviluppo. In questo ambito, oltre ad energia e ambiente, di cui si parla negli ultimi tempi in maniera diffusa, l’interesse è per il patrimonio culturale. L’indicazione Svimez è “sviluppo di nuove aggregazioni guidate dall’obiettivo specifico di gestire programmi di ricerca in maniera organica, puntando rispetto al passato alla creazione di reti di collaborazione di più lungo raggio”.
Vediamo di comprendere ciò che si sottolinea. Il capitolo dedicato è “ambito culturale e creativo”, in cui devono essere le imprese del settore, profit e non profit, a riflettere sulla condizione della forza lavoro culturale, per affermare politiche di intervento.
Nel Mezzogiorno le imprese non raggiungono le performance di quelle delle altre aree del Paese, nonostante l’enorme bagaglio culturale e artistico a disposizione. Qui i problemi si sommano: il primo è l’assenza di sviluppo di forme imprenditoriali per gestire il patrimonio storico-artistico; in secondo luogo, c’è l’assenza di metodologie in grado di monitorare il contributo del cosiddetto “terzo settore” al benessere economico e sociale delle comunità; infine, c’è la questione dell’assenza di risorse qualificate e del lavoro in sinergia tra professionisti della cultura e della creatività e quelli del settore turistico. È l’azione congiunta tra settore culturale e turistico, senza trascurare l’Agrifood (ambito interessante di specializzazione del sud, con progetti di ricerca e innovazione) e l’artigianato tipico. Del resto, nel Mezzogiorno ci sono tanti siti UNESCO che andrebbero valorizzati anche attraverso un turismo di qualità, il turismo culturale di cui si ragiona da tempo.
Quando la Svimez rileva l’importanza della sinergia tra imprese culturali e creative del sud, è per individuare una progettazione strategica e legata all’utilizzo dei fondi disponibili. La novità è costituita proprio dalla creatività, che potrebbe penetrare il tessuto imprenditoriale per rilanciarlo. La conclusione è che l’intervento pubblico: deve stimolare la produzione culturale e creativa attraverso azioni di finanziamento e assistenza specifiche; definire un sistema di formazione e welfare capace di sostenere gli attori coinvolti; migliorare il profilo istituzionale del settore della creatività, attraverso “organismi e metodi adeguati al loro peso nell’economia”, soprattutto in quella del Mezzogiorno.
Mi pare di osservare che dal territorio e dalle sue ricchezze storico-culturali, dalla sua tipicità, si possa agire con innovazione creativa, che vada al di là della Fabbrica Intelligente, che è appannaggio dell’industria e dunque poco praticabile in ambiti marginali ai processi produttivi consolidati. Il PNRR si rivolge all’area di specializzazioneTecnologie per il patrimonio culturale”, per proporre progetti finanziabili, dove l’azione dovrebbe essere di potenziamento delle “strutture di ricerca, innovazione e sostenibilità”. Il tutto passa attraverso meccanismi di cooperazione partenariale, individuando la criticità nelle “forme di aggregazione degli attori degli ecosistemi”.
Ho inteso rilevare questo aspetto del Rapporto Svimez, in quanto pertinente con le osservazioni che si compiono quando ci si accorge che le aree arretrate sono dotate di risorse importanti che dovrebbero essere meglio sfruttate. E dunque l’indicazione di una creatività culturale, ancorata all’innovazione, alla tecnologia, alla cooperazione, alle sinergie tra le risorse umane, potrebbe, perché no, arrestare il triste primato dello spopolamento delle aree culturali del sud del Paese.

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