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Intervista al fotoreporter Enzo Pinelli

Intervista al fotoreporter Enzo Pinelli

di Mariarosaria Monti

Ad occuparti di fotogiornalismo ci sei arrivato sia per caso che per passione?

Mi reputo una persona molto fatalista, per cui credo che il 90% di quello che ci accade nella vita sia frutto del caso. Forse è una esagerazione, ma per quel che mi riguarda non credo di allontanarmi molto da questa percentuale!
Se dovessi individuare qualche punto fermo o qualche episodio che abbia potuto orientare la mia vita professionale, beh, sicuramente qualcuno lo troverei. Ma sempre e soltanto col senno di poi. Oggi posso individuare l’origine di un mio possibile punto di forza o di qualche mio limite. Ma nulla è stato calcolato a priori. Non sono figlio d’arte, non sono nato con una macchina fotografica o una videocamera in mano e nel mio percorso scolastico c’è stato poco spazio per queste cose, almeno fino ai primissimi anni di Università.
Come è successo a molti ragazzi nati nei primi anni ’80, nella scelta della carriera universitaria, con un mercato del lavoro totalmente stravolto, un ruolo importante l’ha avuto il tempo. Bisognava prendere tempo, bisognava informarsi, si doveva capire bene dove andare a parare, anche perché alle spalle avevamo una generazione con i suoi punti fermi inamovibili: “Noi abbiamo lavorato e sudato tanto per farvi studiare, voi fatelo (possibilmente bene) così avrete un lavoro che vi eviterà il nostro sudore e vi permetterà una vita più agiata”. Oggi si direbbe “un upgrade”.
Purtroppo per loro (e per noi) non era più così. Molti allora ci fiondammo verso una nuova facoltà che si sembrava potesse spalancarci le porte di quel mondo nuovo che si stava costruendo: tutti a Scienze della Comunicazione! Purtroppo, però una carriera liceale tutt’altro che impeccabile, e lo scoglio del test di ingresso, mi sbarrarono le porte e quindi io a Fisciano ci andai solo una volta per il test. Venne in soccorso però (ironia della sorte!) Sociologia. La Facoltà di Sociologia aveva un percorso di studi che sapeva essere accattivante ed un ramo che forse fissava ancora meglio l’obiettivo: “Comunicazione e Media”.  Iniziai a frequentare ed a studiare per i vari esami, certo, ma la mia voglia di praticità si sposava poco con il percorso di studi. Se mi parlavano di comunicazione, io volevo comunicare.
Una mattina (e questo lo ricorderò sempre), mentre mi preparavo per la mia Odissea quotidiana (si, quando sei un giovane universitario che necessita della Circumflegrea/Cumana per andare a fare pure una cosa controvoglia, il termine “Odissea” non è esagerato), ascoltai in radio (la puteolana Primaradio di Gino Conte) un annuncio: cercavano giovani interessati ad intraprendere una carriera giornalistica e, per di più, in ambito sportivo! Bingo! Ci provo!  Sapevo scrivere (santo Liceo Classico) e parlare correttamente l’Italiano, potevo essere on air.
Ovviamente tutto questo non era finalizzato al guadagno economico, ma c’era la prospettiva di iscriversi all’Albo dei Pubblicisti dopo due anni. Era più che sufficiente e, seppur con qualche deviazione di percorso, effettivamente diventai Pubblicista dopo qualche tempo grazie anche al “Notiziario Flegreo” di Danilo Pontillo. La radio era diventata carta stampata ed il fatto di aver assaggiato già due media così diversi, con le proprie peculiarità in termini di tempistiche lavorative, mi piaceva tantissimo. Pensavo ancora che l’Università fosse la mia priorità e la mia famiglia non mi faceva mancare il sostegno economico per portare a termine gli studi.  Tuttavia, dicevamo, il caso.
Accade che una domenica mattina, alla fine della solita partita di calcio giocata con una comitiva assai variegata di persone, uno dei partecipanti (che scoprirò poi essere un grosso imprenditore di Napoli) mi dice: “So che scrivi sul Notiziario Flegreo, sto per aprire un sito internet informativo ed un giornale sportivo e mi serve gente motivata e fidata per formare una redazione, vieni domani a colloquio?”. Ovviamente non me lo feci ripetere due volte, fui preso ed iniziai a lavorare in un ufficio del Centro Direzionale. Avevo un mio ufficio, un mio computer con una linea internet potentissima per l’epoca e che a casa potevo solo sognare, potevo scrivere di argomenti che mi piacevano ed una busta paga! Incredibile. Di lì a poco si formò la redazione ed io fui addirittura-caporedattore. L’idea di coordinare un team mi piaceva moltissimo e questo si, è un bagaglio che mi porto ancora oggi. Bello fare il giornale, bello scrivere gli articoli… tutto molto bello. Si, ma le foto? Ecco. Siamo arrivati all’inizio della mia storia professionale.  Semplicemente, si trovavano facilmente corrispondenti dai vari luoghi della Campania, ma molto difficilmente ci arrivavano foto.
Le fotocamere digitali, nei primi anni 2000, iniziavano a farsi largo e si iniziavano a trovare anche modelli “economici” (certo non professionali). Io ne avevo una, e così iniziai ad andare personalmente sui vari campi di calcio della provincia per scattare foto ed archiviarle per l’uso redazionale. Lì, altro incontro fortuito con quello che è un personaggio mitico del settore “fotocalcistico” campano e cioè “FotoNando”, al secolo Nando Avallone, con il quale legai subito e che mi spinse a fotografare sempre di più. Iniziammo anche una collaborazione e così, quando finì l’esperienza al giornale, mi chiese di lavorare per lui al suo studio/negozio. Fu un paracadute importantissimo dal punto di vista economico per me, perché sebbene provai a ricominciare con lo studio all’Università, non avevo più la testa dello studente. Lavorare nel settore della fotografia mi incuriosì molto e intravidi una strada che mi piaceva veramente. Fu così che, forse perché mi sentivo in colpa per aver lasciato l’Università, decisi di iscrivermi alla ILAS di Napoli, per diplomarmi in Fotografia Pubblicitaria, dove imparai davvero tantissimo. La mia fortuna (il caso) fu che il professore “titolare” quell’anno, Ugo Pons Salabelle, dovette assentarsi per un breve periodo e al suo posto arrivò Toty Ruggieri, che era ed è un fotoreporter napoletano. Dunque, io mi trovai con delle basi tecniche fantastiche, con una impostazione teorica fortissima, ma mi trovai anche a studiare con un fotoreporter e dunque a ritornare ad assaggiare il mondo del giornalismo, del fotogiornalismo. Questa “infarinatura” mi ha permesso, oggi, di sapermi orientare in diversi ambiti fotografici, sebbene oggi il mio lavoro principale si svolga in ambito sportivo.

È difficile campare di giornalismo dal basso, perché non offre continuità?

Sarò brutale: la continuità, oggi, non esiste. Non esiste in molti ambiti e potrei fare l’esempio di decine di professioni in cui oggi si naviga a vista. Oggi viviamo una società nella quale molti lavoratori, di fatto dipendenti, devono avere una partita iva personale. E’ un tema molto complesso da affrontare e non credo di averne le competenze. Posso solo osservare, oltre al mio vissuto, quello che mi circonda e le persone che mi sono vicine. Ci sono insegnanti che pur lavorando anni ed anni per istituti scolastici, vanno avanti con contratti annuali, senza tutele e senza certezze. Ma, come dicevo, sono esempi. Se dovessi rispondere a questa domanda limitandomi al mondo del giornalismo, farei una foto in bianco e nero, ma senza il bianco. Oggi i giornalisti, quelli che non hanno un contratto blindato, vengono pagati “a pezzo” e vengono pagati molto poco. Per noi fotografi reporter il discorso è esattamente lo stesso. Basta vedere il listino che RCS ogni anno invia per accettazione ai propri collaboratori, tra cui ci sono anche io. Cifre sempre più basse, spesso quasi umilianti. Questo, ovviamente, si ripercuote sul prodotto. Perché se vuoi pagare 10, non puoi avere una foto da 100. E, pensandoci, già definire “prodotto” una notizia o una foto notizia è umiliante. Ancora oggi mi capita di dover rispondere a questa domanda: “Ma tu fai proprio il fotografo? Cioè, fai solo questo?”.

Che emozioni ti suscita fare il tuo lavoro?

Nonostante ciò che ho detto fino ad ora, non potrei fare a meno delle emozioni che il mio lavoro mi offre. Quando vivo un evento, che sia sportivo o meno, mi sento un privilegiato. Innanzitutto, perché ci sono dentro a quell’evento, e poi perché so che il racconto, il ricordo dello stesso, passerà per me e per la mia visione. E’ una responsabilità, ma è anche terribilmente affascinante come cosa. Crea comunque un legame con i protagonisti di una storia, quale che sia. Una partita di Eccellenza per me vale come una partita di Serie A ed anzi, la prima è sicuramente più emozionante perché meno asettica, più viva. E se fai una bella foto ad un giocatore di Eccellenza, lui la conserverà per tutta la vita, il giocatore di Serie A non saprà neanche chi l’ha fatta quella foto. Oggi posso dire di avere amici in qualsiasi angolo della Campania proprio per le esperienze passate sui campi. Gli stadi e i campetti delle cittadine e dei paesini sono la mia bussola. Ovviamente, oggi sono felicissimo di aver fatto qualche passo in avanti ed il senso di responsabilità cresce quando ti trovi a fotografare la Nazionale di Pallavolo al Quirinale dal Presidente Mattarella. Ma le emozioni non devono mancare mai quando si deve raccontare un evento. Quando un evento non ti suscita emozioni, vuol dire che è fallito. O che tu devi trovarti un altro lavoro! 

Quali sono le cose piacevoli e quali quelle sgradevoli?

Beh, tra le cose sgradevoli potrei segnalare solo il costo delle attrezzature! Battute a parte, non saprei davvero parlare male del mio lavoro. E dirò di più: mi piace talmente tanto che faccio ancora fatica a definirlo tale. Ma questo non ditelo ai miei committenti, mi raccomando. Tra gli aspetti più piacevoli metto sicuramente la possibilità di viaggiare, conoscere nuove persone, ma anche semplicemente trovarsi in uno scenario che non è il tuo. Dal 2018, anno in cui ho iniziato la mia collaborazione con la Federazione Italiana Pallavolo, ho viaggiato molto e visto molti luoghi. Questo ti permette anche di sganciarti un po’ dal tuo punto di partenza inteso come mentalità, modi di fare e di comportarsi. Non mi è mai piaciuta la visione “napolicentrica” di molti miei conterranei, sebbene possa dire con certezza che l’essere nato a Napoli e l’essere cresciuto in un quartiere di periferia e di case popolari, mi dia una marcia in più tutti i giorni e mi permetta di essere un passo avanti ovunque.

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