Il teatro secondo ANGELA CICALA – ovvero il corpo che discorre con le geometrie dell’anima
n° 9 incontro / intervista
rubrica a cura di Rita Felerico
Con questa rubrica desidero incontrare e dialogare con le voci emergenti della drammaturgia e del teatro più attive sul nostro territorio, per scoprire quanto, rispetto al caos e alla dirompente incomunicabilità, l’arte, il teatro, la scrittura rivestano un ruolo ben preciso nel coltivare e trasmettere idee e valori. Teatro come formazione dell’individuo attraverso il sapere, il dialogo, la bellezza che pur se in diverse declinazioni sono vivo linguaggio capace di svelare, interrogare e connettere.
Il teatro è una scuola di emozioni afferma Paolo Crepet, e il palcoscenico è lo spazio dove si ricrea e si accende quel fuoco della vita che si possiede, in attesa di essere portato alla luce. Il teatro in questo senso è il luogo non luogo dove tutto è possibile, dove prendono corpo desideri e sogni, dove si trova il coraggio di guardare negli occhi le proprie fragilità e debolezze e appropriarsi degli strumenti utili a superarle.
Quando hai iniziato ad interessarti di teatro? E cosa ti ha spinto a continuare a coltivare questa passione?
Si comincia sempre nell’oratorio, da adolescente degli anni ‘70, quando la voglia di stare insieme si coniugava con il desiderio di cimentarsi in una attività che vedeva “il gruppo” protagonista. Si comincia come un divertimento fine a sé stesso, a 15 anni, in pieno delirio di onnipotenza, con le commedie di Scarpetta, ad interpretare magari una donna matura, imitando i gesti di mia madre e di mia nonna per essere credibile e facendo di tutto… regista, costumista, truccatrice, scenografa, mentre gli pseudo-registi scappavano col malloppo di soldi degli spettatori paganti (… familiari e parenti prossimi …), con la promessa di una pizza mai consumata. Ma questo era solo un dettaglio di poco conto.
Il piacere di stare sul palcoscenico era più importante. Ho continuato a studiare autori, leggere sceneggiature, fare spettacoli di ricerca con amici appassionati come me, fino all’incontro con la regista romana Giorgia Palombi con cui ho studiato e lavorato in un laboratorio teatrale in carcere, nel femminile di Pozzuoli, per quasi otto anni.
La tua Bottega Teatrale, che curi insieme a Salvatore Di Fraia, lo definisci un laboratorio di sperimentazione. Cosa intendi? Qual è il programma? Come si delinea ogni anno?
Nel 2010 è nata la Compagnia TeatroAperto dall’unione di entusiasmi e vecchie passioni che come fondatori, io e Salvatore Di Fraia, ognuno in direzioni diverse, abbiamo negli anni coltivato, approfondito e realizzato.
Una Compagnia instabile, che si auto-produce, aperta a chi ha qualcosa da dire e da raccontare, aperta a chi crede che l’Arte teatrale sia una delle forme più complete e significative di comunicazione e di riflessione sulle cose del mondo e sui moti dell’anima. Un mezzo per indagare e scoprire sogni, pensieri, opinioni troppo spesso taciuti o pronunciati a voce bassa.
Temi urgenti e degni di essere analizzati, perché sono convinta che proprio all’Arte in generale sia affidato il compito di affrontare problematiche su cui spesso il dibattito accademico stenta ad appassionare e trascinare.
TeatroAperto è Teatro Civile, territorio aperto, che negli anni ha scelto di mettere in scena sceneggiature inedite scritte da me, lasciate per troppo tempo nel buio di un cassetto dello scrittoio.
Le scene si costruiscono sul palcoscenico, le scenografie minimaliste lasciano posto ad oggetti e simboli che narrano in silenzio, gli attori interagiscono con e tra il pubblico per stabilire quella relazione che dà senso alla drammaturgia e significato alla narrazione. Il corpo discorre, i gesti cercati e studiati raccontano più della parola, il ritmo incalzante della recitazione si fonde con quello del gesto e del passo che disegnano geometrie dell’anima.
Da qui l’idea di creare una Bottega TeatroAperto, spazio franco di ricerca, studio, di elaborazione del linguaggio della presenza, territorio di crescita sociale e politica, luogo privilegiato di tras-formazione.
Gli incontri si articolano in due ore settimanali, suddivise in quattro segmenti: teoria, applicazione operativa attraverso esercizi individuali e collettivi, respirazione e articolazione, ortoepia e dizione, tecniche di lettura nelle diverse tipologie testuali. E molto altro ancora. Improvvisazione, messa in scena di sceneggiature a conclusione dell’anno di studio. Abbiamo privilegiato in questi anni autori come Ionesco, Pinter, Gaber, Merini. Testi ambiziosi, perché insegniamo ad amare “le cose difficili”, come suggerisce Rodari, quelle per cui bisogna studiare, capire, riflettere per lasciare un segno.
Già nella sua definizione le parole mi rimandano ad un costruire insieme quello che sarà poi uno spettacolo, un evento. La bottega è, poi, un luogo di creatività, un fare non solo teorico del pensare teatro.
Lo studio e l’applicazione del metodo Stanislavskij guida l’intera proposta didattica, per approcciare poi alla conoscenza di altri metodi come quello di Grotowski, Strasberg, Brecht… L’interesse riguarda l’indagine sulla persona, indispensabile per arrivare al personaggio, il lavoro di scavo in un territorio interiore che porta alla luce paure, inquietudini, gioie, dubbi… insomma un impegno che va oltre la messa in scena di uno spettacolo, l’apice di un percorso per fasi. I giovani e gli adulti della Bottega non hanno come obiettivo il raggiungimento del successo o la partecipazione a casting e provini. La direzione è un’altra. Ѐ un’occasione per scoprire e rivelare la propria originalità attraverso l’evento creativo, inteso come possibilità di disporsi in modo diverso nei confronti della realtà e degli altri e, nel contempo, come invenzione di nuovi e diversi legami all’interno di un gruppo che sceglie l’espressione teatrale e che sperimenta su di sé il rinnovamento, il benessere, la sensazione di levità, che non è leggerezza.
Penso sia importante sottolineare la magica funzione formativa del fare teatro che, credo, sia alla base del tuo impegno.
Il Teatro favorisce la crescita collettiva, attraverso l’acquisizione dell’idea di reciprocità, elemento fondante il lavoro di recitazione: disciplinare l’individualismo all’interno del gruppo per conquistare la piena consapevolezza della propria individualità.
Il Teatro è una opportunità per verificare che, oltre la voce, c’è il corpo che può parlare attraverso un gesto, una postura, uno sguardo, un’intenzione; e conoscere il proprio corpo, significa essere in grado di gestire lo spazio circostante, essere capace di individuare le vie da percorrere che portano all’altro, agli altri, al pubblico. Una via di comunicazione privilegiata.
La tua attività è molto legata al territorio, dove vivi, abiti, lavori. È una scelta precisa? Se si perché?
Prima della Compagnia e della Bottega TeatroAperto, il Teatro è entrato potentemente nella mia vita quando, come docente di Lettere nel Centro di Istruzione degli Adulti nella Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli, accolsi, insieme al Team di colleghe, nel 1997 l’idea di creare un laboratorio stabile all’interno del percorso scolastico sotto la guida di Giorgia Palombi, attrice e regista romana. Un teatro di avanguardia per la messa in scena di testi classici, come Eleonora Giacubina di Dacia Maraini, Amleto, Jesus Christ Superstar. In scena solo donne. Una esperienza formativa d’eccezione per le detenute ed anche per me, perché ho sperimentato su me stessa le modalità e l’operatività del teatro in uno spazio recluso. Abbiamo proposto con la rassegna “Il Carcere Possibile” il “nostro Teatro” al Mercadante, al Mediterraneo, al Teatro Nuovo, al Real Teatrino di Corte di Palazzo Reale. Le donne recluse fuori dalle mura, oltre le sbarre, hanno vissuto la forma più alta di libertà, quella di espressione.
Chiusa tale sperimentazione ho continuato con le colleghe a mantenere vivo questo patrimonio enorme di esperienza con l’Officina Teatrodentro che ha raggiunto i suoi trenta anni di attività. Il carcere è stato negli anni parte attiva nel territorio flegreo anche attraverso il Teatro e la città di Pozzuoli ha ricambiato ogni volta, affollando la sala interna della struttura e sostenendoci con affetto e stima.
Viviamo oggi una diaspora nel penitenziario di Secondigliano, dove le donne e tutti gli operatori interni sono stati trasferiti dopo l’evento bradisismico del maggio 2024.
Qui facciamo la nostra “resistenza”, il Teatro continua ad abitare le nostre classi, anche se con grande difficoltà e fatica.
Come vedi il teatro qui a Napoli? Un tuo pensiero sulla situazione presente.
Frequento i teatri napoletani, scegliendo di volta in volta gli spettacoli che più mi interessano. Credo che ognuno abbia la propria storia e il proprio target, la scelta è ampia, commedia, dramma, musical… Credo goda di ottima salute il Teatro a Napoli con abbonamenti sempre in crescita e sale quasi sempre piene. Gli sforzi dei gestori nel tenere in attivo queste strutture cosi grosse, mi sembra siano premiati.
Una parola per i teatri flegrei che insieme al terzo settore vive oggi una grave crisi legata allo sgombero di tante case e lo sfollamento di tante famiglie dopo l’evento sismico del luglio scorso.
Buona parte è chiusa al pubblico per motivi di sicurezza, i rimanenti soffrono la desertificazione della città, che ha visto negli anni passati il problema opposto: arginare l’affluenza di persone nelle vie e nelle piazze della cittadina e far fronte a una domanda sempre crescente.
Anche i teatri flegrei resistono, doppiamente, e spalancano, con grandi sacrifici, le porte alla Cultura e all’Arte, in un territorio dove la paura, la precarietà e l’isolamento demotivano e allontanano.
Sogni nel cassetto. Progetti. Prossimi eventi.
Il 29 novembre 2026 la Compagnia TeatroAperto celebra la Giornata Mondiale contro la violenza di genere con un Reading teatralizzato “Storie di orchi e di principesse sole” alla Abbazia, a Pozzuoli.
Anche al carcere di Secondigliano le studentesse hanno scritto testi autobiografici per celebrare la Giornata intorno ai quali ho costruito una drammaturgia. Andremo in scena il 25 novembre nel Teatro del penitenziario con “Il dolore resta”.
La Bottega ha ricominciato ad ottobre il suo viaggio nel teatro con grande entusiasmo e partecipazione. La voglia di fare è tanta, come sempre, l’importante è non smettere di sognare e di progettare per tutti i giorni che verranno.
ANGELA CICALA – Nata il 20 maggio 1961 a Frattamaggiore, laureata in Lettere Moderne presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, è docente di Lettere nella Scuola secondaria di I grado nella Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli.
Si forma dal 1996 come attrice, assistente alla regia, e per più di 10 anni, con la regista attrice romana Giorgia Palombi, direttrice artistica di Maniphesta Teatro, diventando poi membro fondatore e curatrice a tutt’oggi del Laboratorio Stabile Teatrodentro nella Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli, con esperienze di messa in scena di lavori teatrali anche esterne al carcere nei più importanti teatri di Napoli, dal Mercadante al Teatrino di Corte di Palazzo Reale, con testi e allestimenti originali sempre di grande impatto culturale ed emozionale. Nella Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli nel 1997 è ideatrice e conduttrice di un Laboratorio di Scrittura creativa poetica La Sacca Iriconda per la redazione anche di testi teatrali originali, da cui è nata la pubblicazione del volume Davanti a me è caduto il cielo, scritti di donne recluse, nel 2004. Membro fondatore del Coro polifonico Anastasis (1978 – 1998) e dell’Associazione culturale e teatrale Maniphesta insieme a Giorgia Palombi (1997- 2012). Nel 2010 fonda l’Associazione culturale e Compagnia teatrale TeatroAperto nel ruolo di organizzatrice, sceneggiatrice, attrice, regista di testi originali appartenenti al Teatro Civile, con i quali la Compagnia ha ricevuto moltissimi riconoscimenti e primi premi nelle diverse categorie in Rassegne teatrali campane (Teatro Politeama, Teatro Augusteo, Teatro Acacia, Teatro Madrearte, Teatro La Perla, Teatro ZTN). Molteplici le collaborazioni con artisti, musicisti, danzatori, pittori nell’ottica di performance che coinvolgano empaticamente tutti gli strumenti espressivi dell’Arte.Collabora come conduttrice, dal 2011 ad oggi, di Pozzuoli Jazz Festival, il Festival di musica Jazz dei Campi Flegrei, che negli anni ha scelto di coniugare musica e territorio con la sua storia archeologica e paesaggistica, ospitando giganti del Jazz da Sarah Jane Morris a Danilo Rea, da H. Halgrove a P. Fresu, da R. Sellani ad E. Pieranunzi; si impegna come lettrice di lecturae di classici della letteratura, partecipa a reading di presentazione-libri, redige interviste, mette in scena performances in convegni, seminari, tavole rotonde su temi urgenti e degni di essere analizzati.


