La poesia è resistenza alla vita, è rivoluzione di vita

La poesia è resistenza alla vita, è rivoluzione di vita

il Sono e il Sento di Elisabetta

Di Rita Felerico

In questo luogo di rinascita, la parola poetica diventa pratica necessaria, quasi terapeutica. Ogni verso è un sacco di sabbia lasciato cadere dalla mongolfiera dell’anima, che sale a perlustrare cieli a volte minacciosi e a volte sereni. È una geografia che descrive spazi intimi usando come coordinate il Sono e il Sento”. (Elisabetta Di Maro, dalla Introduzione della sua silloge Sono, Sento pag. 6)

         Sono, Sento – sono la mia pelle è il titolo della prima silloge poetica di Elisabetta Di Maro raccolti in due capitoli -Sono e Sento appunto – edizioni Book Sprint. Pur vivendo la poesia da sempre, coltivando la forza della sua parola dall’adolescenza fino ad utilizzarla come strumento didattico nella professione di insegnante, è solo nel 2025 che ha deciso di pubblicare i suoi versi.   

         Il senso e il significato della scelta sono racchiusi nel titolo, strutturato apparentemente con parole senza una razionale conseguenziale cognizione, ma rivelatrici invece di un messaggio preciso: il sono è presenza, l’esserci, il sento è il filtro della consapevolezza della conoscenza. Sono e Sento convergono nella persona Elisabetta. “Sotto la mia pelle è un luogo intimo, di confine e al tempo stesso di prossimità tra una dimensione fisica e una metafisica. Uno sguardo appena sotto il reale dove si incontrano i pensieri che ingombrano la mente” (ibidem pag.5) scrive.

         In tal modo le poesie divengono una ‘pratica terapeutica’, un modo per curare la nostra fragilità nell’affrontare la vita e conoscere i nostri limiti per poter continuare a vivere (poesia Ti aspetto pag. 21)

 

Ti aspetto

Scenderai come notte

sulle colline stanche

che aspettano il buio

per chiudere gli occhi.

 

Arriverai e non ti chiederò

da quale strada,

ti accoglierò come l’odore di casa,

come l’ossigeno che riprendi a respirare

dopo secondi infiniti di assenza.

 

Ti inviterò a non andare

come Andromaca con il suo sposo.

Dimenticherai lo spazio e il tempo,

il come e il modo.

 

E resterai stavolta,

senza alcuna incertezza,

e abiterai il mio cuore,

come se fosse casa tua da sempre.

 

         Lo scorrere del tempo solo se nutrito di poesia e di bellezza aiuta a rafforzare l’instabilità dell’essere al mondo ed Elisabetta ci invita a intraprendere e scegliere questo cammino, non privo di dolori e gioie ma che riportano all’origine della vita stessa (poesia Fuori dal mondo pag. 33)

 

Fuori dal mondo

Fuori dal mondo,

trovo il mio rifugio,

nel tempo che non fugge

e nell’aria che non manca.

 

Fuori dal mondo

l’occhio allunga le sue mani

di marmo sulle cose

e ne ferma l’invecchiare

e il respiro, come polline odoroso,

richiama l’aria stanca

al ritmo suo marziale.

 

Fuori dal mondo,

custodisco le paure

nel volto che non finge

e nell’animo che resiste.

 

Fuori dal mondo

ogni lacrima

che lascia la sua culla di dolore

percorre il suo cammino

urlando il proprio nome

e il cuore, con occhi di luna piena,

illumina il destino

beffardo di ogni uomo.

 

         L’origine della vita dalla quale, vivendo, non dobbiamo distaccarci per non disperdere i legami con la natura, la realtà delle cose, i segni e i sogni dell’umano. È il messaggio intriso di speranza dei versi che chiudono la silloge dal titolo Non mi fermo (pag.51)

Non mi fermo

E non mi fermo

su questa soglia ipertrofica

che, arcigna e rude,

dilata lo spazio tra noi,

un tempo nullo.

Echi distorti le mie parole

attraversano l’aria

e giungono a te

come copia di copie,

morendo orfane

del loro dire originario.

E non mi fermo

di fronte al baratro ingordo

delle nostre emozioni,

un tempo allegre coinquiline

del nostro cuore

ora estranee fra le antiche mura.

E non mi fermo

abdicando ai miei errori

ma ne faccio architettura

per ritornare a te.

 

Elisabetta si può oggi scrivere poesia e parlare di poesia?

 Credo che sia fondamentale scrivere e parlare di poesia.  Dalla mia esperienza ritengo che quest’ultima, forse più di ogni altra forma di scrittura, riesca a creare una relazione di veridicità tra chi scrive e chi legge. Da parte di chi scrive c’è un’esigenza di mettersi a nudo, di sentirsi libero di esprimere le proprie emozioni nella maniera più veritiera possibile, senza il timore di essere giudicati. In chi legge e ascolta c’è la stessa predisposizione, un impegno attivo nello scoprire i punti nevralgici della propria anima, spogliandosi delle architetture che ognuno costruisce su di sé nella vita reale. Da ambo le parti c’è un’esigenza di veridicità che rende la poesia un canale privilegiato che dà peso a ciò che siamo piuttosto che a quello che ci sforziamo di sembrare al mondo esterno. A mio parere, la poesia va alla ricerca della verità non certo della perfezione, così come dovrebbero fare gli uomini tra loro, ricercare e pretendere sincerità nelle relazioni.

In questo esercizio di verità, l’anima di chi scrive entra in comunione con l’anima di che legge ed è solo dopo questa partecipazione di sentimenti ed emozioni che nasce la condivisione, il cum dividere latino, il dividere con gli altri, facendo proprio il sentire altrui attraverso quel bellissimo sentimento tutto umano che è la solidarietà. La poesia chiama l’uomo a tenere fede al suo valore morale di vicinanza all’altro e di onestà nel sentire.

Cosa è la poesia per te? Cosa ti rende poeta?

Non so dire se possa definirmi un poeta, so per certo cosa sia la poesia per me. Provo a spiegarmi con un’immagine: una freccia mi attraversa, senza lacerare e infila, ad una ad una, fissandole al mio cuore le anime antiche dei miei cari, curve, ognuna sotto il proprio fardello di compassione. Mi sento anello seguente di una catena che, attraverso parole di prossimità all’altrui dolore, salda tra loro, anime di comprensione.

Vivo la poesia come un’eredità di sentire, un pungolo al cuore che mi raggiunge da un tempo lontano, da antichi cuori nutriti di vicinanza all’altro. Sento la necessità di una parola poetica che dica attraverso le mie emozioni, le emozioni di altri, che sia compassionevole, nell’etimologia latina del termine, cum patior, soffrire con e non nell’accezione moderna che la definisce come provar pena verso l’altro individuo. La partecipazione al sentire specifica la nostra natura e la custodisce.  La poesia è per me una cotta di maglia di umanità.

Vuoi specificare meglio la scelta di ‘usarla’ come strumento didattico? La introdurresti come ‘materia di studio?

Sarebbe interessante se si usasse la poesia come linguaggio universale. Sarebbe come se ognuno prima di parlare, scegliesse con cura le parole da utilizzare, scegliesse le “sue” parole piuttosto di ripetere senza cognizione quelle di altri e le combinasse ad altre in modo personale, evitando stereotipi e luoghi comuni. Abbiamo parole per descrivere ogni cosa ma si aprono dimensioni infinite quando le associamo tra loro in maniera originale. È come se il loro valore evocativo si amplificasse, così, diventa possibile descrivere la complessità dell’animo senza svilirla ma denominando ogni singola emozione nel rispetto dell’unicità che contraddistingue ognuno di noi.

Dal contatto quotidiano con i ragazzi, svolgendo la mia professione di insegnante, mi sono resa conto della difficoltà che hanno nell’esprimere la loro personalità. Sembra una banalità dire che la società di oggi spinga i giovani verso l’omologazione, ma per chi come me si immedesima in tante vite e vive ogni giorno a contatto con le nuove generazioni, è presa di coscienza continua. Essere sé stessi non vuol dire essere strani ma significa rispettare la meravigliosa peculiarità dell’essere umano: la sua unicità. Il linguaggio poetico diventa per i ragazzi uno scudo, una corazza da indossare per poter esprimere il loro mondo interiore in libertà, senza paure, ed è in quei momenti che nasce la poesia come comunione di anime.

Hai definito la poesia una pratica necessaria e terapeutica. Perché?

A volte, ho la sensazione che la vita eroda lentamente le mie certezze, con uno sfaldamento lento che offusca la linea del mio orizzonte. Di fronte allo smarrimento dell’animo, la scrittura poetica diventa argine e al tempo stesso viatico verso una “dimensione altra” in cui trovo conforto. In questo luogo metafisico, come in una pratica terapeutica, l’anima scrive ciò che vede, anche le cose più insignificanti ma abili a proiettare le loro lunghe ombre e a velare il cuore. Su di esse la poesia irrompe come luce del sole che si innalza per dar loro il giusto spazio, con uno sguardo che non prende dall’esterno ma proietta dall’interno. Così, sulla carta e attraverso le parole, dipingo tanti piccoli quadri sereni e unici, intimamente miei.

___________

Elisabetta Di Maro: Nata a Campobasso nel 1979, frequenta il Liceo Classico. Si laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue le abilitazioni all’insegnamento. Nel 2007 inizia a lavorare come insegnante di lettere nella Scuola Secondaria di I e II grado. Fin da ragazza si appassiona alla poesia, facendo di essa una compagna fedele tanto da renderla strumento fondamentale della sua didattica centrata sul potere della parola. Nel 2024 frequenta il corso “Scrivere poesia” presso la Scuola Holden di Torino.  46 anni, vive a Roma. Sposata con Massimiliano e madre di due figlie, Sofia e Sara, di 13 e 8 anni.

adminlesociologie

adminlesociologie

Lascia un commento