La narrazione dei casi di violenza sulle donne e il linguaggio adottato: impatto sociale e sulla vittima.
Intervista di Alessandra Pinto, avv. del Foro di Napoli.
Luisanna Tedde, Presidente di Rete Donna Svizzera e professionista esperta nel settore della comunicazione, spiega l’importanza di un linguaggio corretto a tutela delle vittime di violenza.
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D: In Italia può accadere che le vicende processuali di un caso di violenza sulle donne divengano oggetto di esposizione mediatica. Lei, sia sulla scorta della Sua esperienza personale e attraverso il supporto fornito dall’associazione che presiede, ritiene possa essere di aiuto alla vittima?
«In linea generale, l’esposizione mediatica non è di per sé un aiuto alla vittima: può esserlo solo in condizioni molto precise (consenso informato, tutela della privacy, accompagnamento legale e psicologico, chiaro interesse pubblico). Diversamente, il rischio è la vittimizzazione secondaria: pressione sociale, dettagli intimi esposti, interpretazioni parziali o spettacolarizzazione che interferiscono con la sicurezza e con il percorso giudiziario. In Svizzera, il nostro riferimento operativo è una cultura di sobrietà comunicativa: il Codice del Consiglio svizzero della stampa raccomanda massima prudenza nell’identificazione delle persone, il rispetto della presunzione d’innocenza nei resoconti giudiziari e una protezione rafforzata per le vittime di reati sessuali; l’indicazione esplicita è di evitare nomi o elementi identificativi salvo ragioni prevalenti d’interesse pubblico e di evitare ogni impostazione sensazionalistica».
D: Con Rete Donna Svizzera Le è capitato di gestire situazioni simili a quelle che si verificano in Italia in cui la vittima di violenza subisca una forte esposizione mediatica?
«Con Rete Donna Svizzera non mi è mai capitato di affrontare casi in cui una nostra assistita sia stata esposta mediaticamente in modo invasivo. Lavoriamo con grande discrezione: proteggiamo l’anonimato, valutiamo ogni richiesta dei media caso per caso e, quando serve, mettiamo un portavoce al posto della vittima. La sicurezza, il consenso informato e il benessere della persona vengono prima di tutto. Preferiamo comunicare dati, prevenzione e diritti, evitando dettagli che possano identificarla o creare sensazionalismo. Questo approccio, sostenuto da procedure interne e da supporto legale e psicologico, ci ha permesso finora di evitare situazioni simili a quelle che talvolta si vedono in Italia».
D: Come professionista esperta nel settore della comunicazione vorrei una Sua opinione sul linguaggio adottato dagli organi di informazione ed operatori del diritto quando è descritto il tipo di abbigliamento indossato dalla vittima, le abitudini private, le relazioni sentimentali; creando, a mio parere, una forma di vittimizzazione secondaria.
«Come professionista della comunicazione e presidente di Rete Donna Svizzera, sono assolutamente convinta che spostare l’attenzione su abbigliamento, abitudini o relazioni della vittima sia inappropriato e dannoso: è vittimizzazione secondaria. Media e operatori del diritto devono lasciare fuori scena la vita privata della vittima e concentrarsi esclusivamente sul reato, sulle responsabilità e sulle tutele. Alle forze dell’ordine raccomandiamo con determinazione di non trasformare la denuncia in un interrogatorio: l’accoglienza deve essere rispettosa, non giudicante e centrata sulla protezione. Domande essenziali, tempi e modi adeguati, possibilità di supporto legale e psicologico sono fondamentali. Da anni lavoriamo per incoraggiare le denunce: un linguaggio scorretto o un approccio improprio rischiano di far desistere chi chiede aiuto; per questo chiediamo rigore, rispetto e focus sui fatti»,
D: Può fare un confronto con quanto accade in Svizzera in base alla Sua esperienza?
«Paragonando le prassi, in Svizzera la comunicazione su indagini e processi è più sobria e protettiva: i media e i comunicatori istituzionali tendono a evitare nomi e dettagli identificativi, a rispettare rigorosamente la presunzione d’innocenza e a privilegiare il contesto generale rispetto al caso specifico, specie quando ci sono vittime di reati sessuali. Questo approccio è consolidato sia da linee guida redazionali (ad es. RSI) sia dalle Direttive del Consiglio svizzero della stampa.
Anche le autorità giudiziarie operano con paletti chiari: i procedimenti sono in linea di massima confidenziali, vige il segreto d’ufficio e ogni comunicazione pubblica deve rispettare presunzione d’innocenza e sfera privata. In concreto, questo si traduce in briefing moderati e riflessivi, in una forte cautela nella diffusione di dati personali o atti.
Sul piano processuale, la tutela della vittima è sostanziale: il Codice di procedura penale prevede misure speciali per i reati contro l’integrità sessuale (p.es. possibilità di essere interrogate da una persona dello stesso sesso e limiti al confronto con l’imputato), e nei cantoni sono previste udienze a porte chiuse quando lo esigono gli interessi della vittima. Queste garanzie incidono anche sul “quando e come” comunicare.
In Italia esistono strumenti importanti ma il dibattito pubblico e le prassi mediatiche restano più esposte alla spettacolarizzazione dei casi; negli ultimi anni si è discusso molto dei limiti alle comunicazioni su atti di indagine e dei rapporti procura-stampa. Da qui la mia preferenza per il modello svizzero: più discrezione, più tutela della dignità e un focus costante sui diritti e sulla sicurezza della vittima».
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*Rete Donna Svizzera è un’organizzazione che opera in tutta la Svizzera e collabora con associazioni di oltre confine. Con un’azione di monitoraggio dell’evoluzione del contesto sociale, in relazione al raggiungimento delle Pari Opportunità , l’Associazione vuole essere di supporto al legislatore per la creazione e la correzione di leggi volte a proteggere le pari opportunità in tutti gli ambiti sociali. https://retedonna.ch/
