Il teatro secondo FILIPPO STASI ovvero il desiderio di dare un volto alle verità
n° 4 incontro / intervista
rubrica a cura di Rita Felerico
Con questa rubrica desidero incontrare e dialogare con le voci emergenti della drammaturgia e del teatro più attive sul nostro territorio, per scoprire quanto, rispetto al caos e alla dirompente incomunicabilità, l’arte, il teatro, la scrittura rivestano un ruolo ben preciso nel coltivare e trasmettere idee e valori.
Teatro come formazione dell’individuo attraverso il sapere, il dialogo, la bellezza che pur se in diverse declinazioni sono vivo linguaggio capace di svelare, interrogare e connettere.
Il Teatro Serra, diretto da Mario Palumbo e Pietro Tammaro, rinnovato e più accogliente, luogo di ospitalità per i tanti giovani attori o compagnie emergenti attive sul nostro territorio, ha ospitato nel primo fine settimana di gennaio Inquilini, uno spettacolo ideato e diretto da Filippo Stasi che vede in scena dei giovanissimi attori, protagonisti di un racconto emozionale ma preciso nel descrivere l’esistente. L’atmosfera relazionale nella quale oggi ci muoviamo, come la subiamo nascondendoci spesso in dimensioni che non ci appartengono, ma alle quali aderiamo per non sentirci fuori della società, guidata da falsi ideali. Tutti i dubbi, la strisciante sofferenza che accompagna le scelte dei giovani oggi, imprigionati nelle gabbie della illusoria dimensione degli algoritmi è in scena attraverso le parole di questo racconto / spettacolo che Filippo Stasi ci offre.
Filippo Stasi sei autore di Inquilini, un testo concepito in periodo di pandemia. Hai successivamente messo in scena lo spettacolo, curandone anche la regia, creando ad hoc una piccola compagnia, 5 attori, una scenografa, un musicista, uniti dal desiderio di creare una pagina di teatro da condividere insieme con il pubblico. Come hai scelto i protagonisti di questa avventura? Cosa li ‘unisce’?
Gli attori non li ho scelti, mi sono capitati. Come le cose belle della vita. Un gruppo di attori con la voglia di fare qualcosa di bello e perché no, mettersi in gioco. Credo li unisca l’amore per questo mestiere, nella loro ingenuità si sono mostrati esperti nell’affrontare un testo che paradossalmente parla più all’attore che al personaggio. Complimenti a loro che hanno saputo mettersi a nudo e riscrivere emozionalmente lo spettacolo.
Questa modalità, questo ‘format’, che ho letto – mi correggi se sbaglio – anche come una coraggiosa risposta ad una generale situazione di assenze che vive il teatro soprattutto oggi, pensi sia stata per te una esperienza casuale o credi possa essere coerente con un tuo modo di vedere, di vivere il teatro e quindi ripetibile? Spiegaci i perché.
Ahimè, assolutamente sì. Il covid, che ha dato il via al tutto. Apro una parentesi: mi piace dire che il testo è stato un divenire di osservazione. Cominciato nel 2021, sono passati quattro anni prima di metterlo in scena; tornando alla domanda, la pandemia ha portato con sé una vuotezza infinita. Il teatro ne è stato completamente schiacciato. Ci troviamo in una situazione assente, dove l’unica cosa che resta è crogiolarci nelle nostre ossessioni. Osservando le persone, le situazioni che oggigiorno ci circondano, non posso che dire che Inquilini è un testo che parla a noi tutti indistintamente dalla professione.
Quale qualità, secondo il tuo modo di sentire, senti più trainante e fondante per ‘fare teatro’?
Perseverare, senza dubbio. Non lasciarsi abbattere e credere soprattutto in quello che si fa. Parlare con amici, parenti, addetti ai lavori, confidarsi, e continuare a crescere nella perseveranza.
Pensi che il teatro sia un valido percorso formativo, capace di produrre cambiamenti nelle persone?
Indubbiamente sì. Io per primo ho svolto laboratori per bambini e giovani adulti. E credo che l’esercizio teatrale aiuti più che mai l’animo umano.
I tuoi primi passi nel teatro in quale ruolo li hai compiuti?
Attore. Diplomato al teatro laboratorio Elicantropo, ho cominciato così. Poi, mi sono laureato in scenografia per il teatro ma non lasciando mai l’idea di fare spettacolo. Infatti, contemporaneamente, iniziavo con i miei primi spettacoli da regista.
Il tuo sogno nel cassetto e i prossimi obiettivi
Beh, essere ricordato. Sarebbe bello se un giorno, l’attore del domani leggesse di me e di quello che ho fatto. Questo mi aiuta a non aver paura. I prossimi obiettivi? Fare teatro anzitutto in tutte le sue forme, magari aprire uno spazio mio dove dare la possibilità a tutti di dare voce alla propria voglia di dire. A stretto giro? Dopo aver affrontato Pollock con lo spettacolo “Sulle note dell’inconscio”, affronterò Magritte.
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Note biografiche
Filippo Stasi è un regista che nasce dall’attore e si forma nello spazio.
Si diploma nel 2016 come attore presso il Laboratorio Teatrale Elicantropo, diretto da Carlo Cerciello, dopo un percorso che lo vede inizialmente sul palcoscenico, prima di comprendere che il suo sguardo naturale tende sempre più a spostarsi dietro le quinte, verso la costruzione dell’opera nella sua totalità.
Parallelamente approfondisce la propria formazione partecipando a master e percorsi di ricerca come la Bellini Factory al Teatro Bellini di Napoli e il Repetition Game diretto da Ettore Nigro, esperienze che consolidano una visione del teatro come linguaggio stratificato, fatto di tempo, spazio, corpo e immagine.
Laureato in Scenografia, ha lavorato anche come scenografo e costruttore, sviluppando un approccio registico che cura l’intero impianto artistico — dalla regia alla scenografia, fino al riconoscimento della luce come elemento drammaturgico — senza mai cadere nell’autoreferenzialità. Il suo è un teatro che nasce dalla collaborazione, dal dialogo con altre figure e dalla fiducia nel processo collettivo.
Come regista firma lavori come Flat 401, con la scrittura di Giovanni De Luise, e spettacoli di ricerca come quello dedicato a Jackson Pollock con Sulle note dell’Inconscio, quest’ultimo premiato in diversi contesti e circuitato con più repliche in Campania. Le sue opere si muovono in una riscrittura metaforica del contemporaneo, un’indagine critica della vita che ci circonda, mai realistica, ma profondamente aderente al presente.
Filippo Stasi immagina il teatro come una traccia che resta, come un gesto che aspira alla memoria. Un teatro che, forse un giorno, possa essere letto anche nei libri.

