Il Festival delle diversità
AYOUB, Performative conference, TESTO E REGIA MARINA OTERO, IN SCENA IBRAHIM IBNOU GOUSH E MARINA OTERO
LINGUE SPAGNOLO E DARIJA (DIALETTO DEL MAROCCO), SOVRATITOLI IN ITALIANO
Alla Sala Assoli il 5 luglio, 19:00, replica 6 luglio, ore 20:00, per il Capania Teatro Festival 2026
Di Rita Felerico
L’ultimo appuntamento della sezione internazionale ha visto sul palco della Sala Assoli un’artista / performer argentina, Marina Otero, protagonista con Ibrahim Ibnou Goush di un testo da lei scritto e del quale ha curato la regia: Ayoub – colui che ritorna o colui che si pente.
Sorprendente, spinoso, complesso pone all’attenzione degli spettatori tematiche sulle quali non ci si sofferma a cuor leggero, anzi spesso vengono poste nel dimenticatoio della mente, impigrita da un labile allenamento al pensare e nell’affrontare i problemi.
Ideato in forma di ‘conferenza’, è un serrato confronto con il pubblico con il quale Marina innesca un dialogo/scontro impegnando non solo le parole ma il corpo, uno ‘strumento’ connesso e in simbiosi con i suoi sentimenti e pensieri. Spiega Marina: “Un progetto che affronta il concetto di “salvezza” in chiave ironica, mettendo in luce una critica allo sguardo estrattivista europeo che pretende di salvare l’altro occultando al tempo stesso le dinamiche coloniali e le forme di abuso che attraversano tali dispositivi, nell’arte e nella politica. All’interno di questa prospettiva, il personaggio di Marina viene presentato come una carnefice che, attraverso l’innamoramento di Ayoub nei suoi confronti, prende progressivamente coscienza della propria posizione di potere. Il personaggio di Ayoub, invece, si configura come una forma di resistenza a questo assetto coloniale, incarnando uno sguardo altro che destabilizza e mette in crisi le dinamiche di dominio”.
Quando irrompe sulla scena Ayoub del quale Marina si innamora perdutamente, i meccanismi che sottendono il loro rapporto non sono immediatamente chiari; è con il tempo nei rapporti di ‘coppia’ vengono alla luce non solo le difficoltà comuni delle coppie in convivenza, ma le incomprensioni derivanti da culture e modus comportamentali diversi. Scrive nella nota di regia: “L’amore mi insegna a non amare. Aiub. Ioug. Ayub. Ainou. Aiou. Ho avuto la stessa difficoltà a pronunciare il suo nome arabo che a comprendere che il nostro amore, non poteva esistere in un mondo impossibile. Quel nome è arrivato, in qualche modo, a distruggere il mio Occidente.
All’inizio, questo progetto doveva salvare un uomo che si trovava in una situazione vulnerabile e permettere a quell’uomo di salvarmi dalla solitudine. Sono andata a Tangeri, in Marocco, per trovarlo, sposarlo, dargli i miei documenti da sudaca europeizzata e creare a partire da tutto questo un nuovo lavoro teatrale. Ma poi è apparso Ayoub, e il progetto è crollato. Il suo nome (“colui che ritorna” o “colui che si pente”) è molto comune nei paesi islamici: 115 bambini che portavano quel nome sono stati uccisi dallo Stato sionista di Israele nella Striscia di Gaza. Per quei morti, affido il tuo nome a questo lavoro che parla di te, di colonialismo, della Palestina. E di tutto ciò che voglio uccidere dentro di me”.
Quanto sono ancora forti e stabilizzati i nostri modi ‘coloniali’ nelle relazioni, anche in quelle forti come l’amore? Quanto sappiamo controllare la falsa credenza che il nostro essere europei sia superiore alle altre culture? Non riusciamo facilmente a comprendere e dialogare senza pregiudizi. Forse l’Oriente è una nostra ‘struttura mentale’, un modo per non affrontare la diversità della realtà rispetto alle nostre false certezze? Marina lo conferma.
Anche Ayoub nello snodarsi della vicenda man mano porta alla luce le sue difficoltà relazionali, il difficile rapporto con sé e con l’altro, nell’amore, quanto si conosce e quanto è sfuggito al suo desiderio di essere se stesso? È davvero una lotta senza scampo quella fra lui e Marina? Un impossibile amore? Il cammino verso una libertà di pensiero è lungo e questo spettacolo / conferenza è come un pugno nello stomaco che, improvviso, viene e a ricordarti difficoltà e responsabilità.
Ben coordinati i video, mai fuori posto, le musiche – note occidentali ed orientali – con gli eventi e immediato è lo stupore per l’originale espressività.
Nota bio
Marina Otero è una regista, performer argentina, autrice e insegnante con base a Madrid. Sviluppa Recordar para vivir, un ciclo performativo che accompagna tutta la sua vita, costruendo un’opera incompiuta intorno alla propria esistenza e che si concluderà il giorno della sua morte. Andrea, Recordar 30 años para vivir 65 minutos, Fuck Me, Love Me e Kill Me fanno parte di questo progetto in continuo divenire. Il suo lavoro è stato presentato a livello internazionale in Europa, America Latina, Asia e Australia. Ha ricevuto il Premio del Pubblico ZKB 2021 per Fuck Me, il premio per la Miglior Regia nella danza alla Bienal de Arte Joven 2016 per Recordar 30 años para vivir 65 minutos e il Prix de la Critique 2024–2025 per Kill Me. Conduce workshop e seminari a livello internazionale.
Ayoud
In scena Ibrahim Ibnou Goush e Marina Otero
Riprese video Florencia De Mugica
Coordinamento tecnico e tecnico in tournée Víctor Longás Vicente – Celso Hernando
Disegno luci Facundo David
Disegno sonoro Antonio Navarro
Operatore suono e video in tournée Iván Ferrer Orozco
Montaggio video Daniela García
Supervisione del testo María Velasco
Collaborazione Javier Montero
Traduzione in Darija Farah Hamdaoui Kadaoui
Arrangiamenti musicali Juan Pablo De Mendonça
Fotografia Andrés Manrique, Andrés Carnalla, Analu Zapata
Sartoria Guadalupe Blanco Galé
Produzione generale ed esecutiva Mariano De Mendonça
Distribuzione internazionale Tecuatro – Ptc Teatro – Otto Productions
Si ringraziano Nuria Güell, Andrés Manrique, Somaya Taoufiki, Martín Flores Cárdenas, Adrián Carrasco
