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OSSERVARE, ANALIZZARE, INTERPRETARE LA REALTA’! LA SOCIOLOGIA MI EMOZIONA!

OSSERVARE, ANALIZZARE, INTERPRETARE LA REALTA’! LA SOCIOLOGIA MI EMOZIONA!

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OSSERVARE, ANALIZZARE, INTERPRETARE LA REALTA’!

                             LA SOCIOLOGIA MI EMOZIONA!

                      di  Emma Viviani, sociologa dirigente ANS Toscana

Quando sono stata invitata dal mio collega Sergio Mantile a fare un piccolo elaborato sulla mia attività di sociologa per la sua rubrica, mi sono sentita onorata e felice, ma al tempo stesso ho avvertito un senso di vuoto e mi è sopraggiunta la paura del non essere in grado di comunicare nel modo giusto il mio operato. Un conto è scrivere un curriculum o fare una presentazione di sé ad un convegno o in un libro, ma altro è parlare della mia professione di sociologa, rendendola pura e disincantata dalle compromissioni continue con le altre discipline, con le istituzioni, con tutto un sistema di interferenze e ruoli diversi che arricchiscono la nostra professione ma al tempo stesso la oscurano, rendendola spesso poco comprensibile agli occhi esterni.

 

Devo dire che ciò che mi è stato proposto mi crea forti emozioni, in quanto per la prima volta, mi ritrovo a riflettere sul mio operato dal punto di vista professionale o meglio a teorizzare il mio lavoro di sociologa professionale. Per fare ciò inizierò a prendere in considerazione alcune tappe fondamentali del mio lavoro e l’oggetto del mio intervento professionale: lo spazio urbano.

Non credo sia possibile parlare della professione senza tener conto di tutto ciò che anima la mente del sociologo e la propria inclinazione naturale a comprenderne i vari fenomeni sociali che vi si presentano.

Imparare ad osservare, analizzare ed interpretare la realtà circostante nelle sue svariate forme – compito del sociologo – sono meccanismi complessi che derivano non solo dalla conoscenza e dalla metodologia imparata attraverso le diverse scuole di pensiero, bensì anche da processi interiorizzati nei quali emergono sia la personalità del professionista, sia il suo pensiero, la sua spinta creativa ed emotiva. Credo sia proprio questo il lato più affascinante della sociologia!  Sì, ne sono pienamente convinta: il sociologo tratta la sua materia emozionandosi, perché alla base vi è il tessuto sociale, l’ambiente, lo spazio, la dimensione umana con le sue difficoltà, complessità, incongruenze: i suoi conflitti.

Bauman stesso più volte affermava l’importanza di cogliere il disaccordo, il conflitto, lo scontro di opinioni diverse, perché solo così l’azione umana diviene interessante, eccitante, creativa e si libera dall’ “idea mortale dell’armonia e del consenso universale” che non porterebbe che a rendere tutti uguali, uniformi e con tendenze totalitarie. Penso sia proprio questo l’oggetto dell’intervento del sociologo che attraverso la sua creatività oltre alla competenza professionale può essere in grado di animare e rendere originale la sua professione.

Nel mio  lungo  percorso di studi e di lavoro ho proprio messo in atto questi meccanismi, dedicandomi al territorio, ai conflitti istituzionali, alle idiosincrasie presenti nel sistema,  con una prospettiva ampia nel campo del Welfare, lavorando sia in ambito pubblico che privato, sia nel  teorico che nel pratico, sia  nell’insegnamento che nella divulgazione scientifica e comunicazione – tutto questo risulta ancora vitale nel mio lavoro di sociologa attraverso momenti congressuali, pubblicazioni in riviste e libri.

Il mio estro creativo è comunque da ricercarsi in un’esperienza particolare che mi ha permesso di approfondire le dinamiche dello spazio pubblico, i luoghi della periferia con particolare attenzione alla marginalizzazione di frange di popolazione giovanile ed ai fenomeni legati al carcere ed alla giustizia minorile. Raccogliere in poche righe questa esperienza portata avanti per quasi 20 anni sulla quale sono stati scritti libri e fatte innumerevoli pubblicazioni, è poco prudente, perché si rischia di renderla superficiale agli occhi del lettore. In tale sede, pertanto, mi limiterò ad esporre i contenuti sociologici emersi dal mio lavoro professionale portato avanti con un docente dell’Università di Pisa che lo ha saputo cogliere come innovazione nei processi di trasformazione in materia urbanistica.

Lo spazio urbano è un luogo di conflitto, di trasformazione energetica, di innovazione culturale e tutto il mio lavoro sociologico urbanistico degli ultimi 20 anni e quello attuale è legato a tale materia.  Come allieva del prof. Silvano D’Alto[i]  e successivamente sua collega, sulle orme dello studioso (ho lavorato con lui per 15 anni) ho inteso concentrare la mia attenzione sulla dualizzazione delle nostre città, sui suoi vuoti e le sue energie, osservando ed indagando il fenomeno urbano della periferia e descrivendone contenuti ed emozioni, ma anche ricercando risposte concrete alla richiesta di aiuto e bisogno delle famiglie e persone svantaggiate socialmente.

Alla base dei fenomeni urbani vi sono i legami di relazione tra le persone, vi sono quelli comunitari, forti ed indissolubili, vi sono le contraddizioni tra il corpo istituzionale e quello sociale; vi è l ‘indefinitezza degli spazi e l’incertezza dei suoi tempi.  Nelle zone periferiche a questi aspetti spesso si associa un maggior malessere fisico e psicologico della persona deprivata di mezzi materiali e finanziari e la mancanza di stimoli culturali all’interno delle famiglie produce indolenza nei minori e nelle fasce giovanili: paesaggi di periferia, all’interno dei quali proliferano dinamiche delinquenziali di violenza e di aggressività, dove risuona forte sul piano istituzionale la necessità di sicurezza e controllo.

Dalla mia osservazione su un quartiere periferico di Viareggio – denominato “Varignano” – emergevano aspetti di crudezza morale e materiale che si evidenziavano per lo più nel campo delle dipendenze o della giustizia minorile e del carcere ma al tempo stesso riflettevano interessanti stili di vita della cultura di appartenenza di molte famiglie che provenivano da altri luoghi e non si erano integrate nella città di arrivo.

I numeri evidenziavano un’alta percentuale di famiglie che proveniva dalle periferie del sud del nostro paese e del Nord Africa ed alle quali manifestavano ancora un forte attaccamento.

All’interno di molte famiglie toccate da problematiche sociali rilevanti, era ancora vivo il sentimento di folklore e sentimento, i diversi modi di vivere lo spazio personalizzandolo con oggetti e ricordi della propria terra, l’attaccamento per le festività e tradizioni, la loro cucina e la lettura del fenomeno sociale assumeva per me una prospettiva rovesciata rispetto alla lettura istituzionale.

Sarà proprio questo aspetto a colpire la mia immaginazione di sociologa ed attraverso questa provare a costruire una “città rovesciata” o meglio un angolo della città che potesse esprimere il lato buono, bello delle persone stigmatizzate. Secondo la mia interpretazione si trattava di colmare un divario generazionale e trovare un linguaggio comune con persone che non si sentivano volute, accolte e non avevano i mezzi culturali per stimolare i figli ad integrarsi. Al contrario regnava una netta separazione culturale che allontanava sempre più queste da ciò che è ritenuto nella norma ed il rifiuto istituzionale generava dinamiche ribelli che si evidenziavano già nei ragazzi nei primi anni delle scuole dell’obbligo.  All’incomprensione del corpo insegnante si univa l’incapacità della famiglia ad aiutare i figli a perseguire stili di vita sana (sport, palestre, musica …) per la mancanza di mezzi economici, e la solitudine del fanciullo si riversava su una vita di strada che non prometteva niente di buono.  Il quartiere manifestava anche mancanza di spazi verdi attrezzati e liberi dove i giovani potessero incontrarsi.

L’idea fu quella di unire le persone ai luoghi e dar vita ad un’area che divenisse un luogo ricreativo ma anche formativo e culturale.

Fu così che iniziai ad occuparmi di un’area pubblica del quartiere che era un luogo della baby gangs e della microcriminalità. (2005). In quello spazio verde degradato ed abbandonato ad uso discarica del Varignano di Viareggio proposi uno slogan: “Il parco me lo costruisco io”, significativo dell’azione personalizzata che il giovane doveva imprimere al luogo.  Presto vi partecipano molti ragazzi del quartiere e nasce un’azione di ripulitura dell’area carica di motivazione personale, finalizzata a creare un parco cittadino[ii] .

Lo spazio creava identificazione ad un gruppo di esclusi e li riportava a mettere in atto un forte senso di responsabilità. Dinamiche difficili che la scrivente ha condotto a fianco del prof. D’Alto, elaborando e teorizzando l’auto progettazione degli spazi all’interno dell’area verde, che ripulita diverrà quello che oggi è noto come “parco la Fenice”.

Proprio dalla collaborazione col prof. D’Alto[iii], ho potuto impostare la mia ricerca sociologica legata profondamente allo spazio: dimensione che va oltre la geometria cartesiana, divenendo movimento, azione di vita urbana in una interazione tra cittadino ed istituzione.  Il senso della città ma anche dell’anticittà divengono elementi di “costruzione della città”.

Il diverso, colui che vive marginalmente, diviene elemento di ricerca da cui osservare le dinamiche urbane in un rapporto di inclusione ed esclusione, di ordine e disordine[iv]. Se da una parte la città attiva meccanismi di controllo per garantire l’ordine ed il rispetto delle regole, dall’altra esiste una città nascosta, sommersa, fatta di disordine, occupata da coloro che vivono fuorilegge per garantirsi la sopravvivenza. Ed era proprio questa che catturava la mia immaginazione ed appetiti sociologici.

L’oggetto della mia ricerca di sociologia urbanistica diviene quindi quella che alcuni studiosi definiscono la “città nascosta”, interpretandone il senso, spostando l’angolo di osservazione verso la posizione liminale.  L’oggetto della ricerca diventa “la città imprevista”[v] , inaspettata, che porta il sapore ed i colori di terre straniere, trasformata culturalmente attraverso impercettibili movimenti che le persone marginali creano all’interno dello spazio urbano.

La città secondo il modello del prof. D’Alto non può non tener conto di questi aspetti e deve fortemente ripensare al senso di comunità, riadeguare gli strumenti che ci relazionano all’altro, anche se è un diverso.  Queste prospettive divengono i cardini per iniziare a spostare l’obiettivo dal centro verso la periferia.  Le periferie del mondo divengono dunque elementi di studio e di anni di ricerca del prof. D’Alto ed io mi appassiono sempre più ai suoi studi ed al suo pensiero urbanistico.   I luoghi delle periferie come i barrios del Venezuela ai quali dedicherà otto anni di ricerca che daranno vita ad uno dei suoi libri più belli “La città dei barrios” – Bulzoni editori 1998[vi]  diverranno modelli di studio ricchi di energia umana ed il mio lavoro procederà in tale direzione.

Sarà proprio questa visione di periferia ad aprirmi la mente alla conoscenza delle nostre periferie.

Avevo da poco fondato un’associazione denominata “Araba Fenice” (2005), proprio per ben evidenziare attraverso l’uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri, il rovesciamento di persone marginali in un riscatto dalla loro condizione, in cittadini che dovevano reinserirsi all’interno di contesti urbani, dignitosamente.

Il mio lavoro sociologico incontrava la curiosità e la generosità d’animo del prof. D’Alto che lo spingono a conoscere la realtà creatasi a Viareggio su quella che verrà poi da lui definita un’esperienza di auto-progettazione   che la scrivente conduceva, riportando alla luce una zona buia, periferica del Varignano, dando vita ad un’azione di rigenerazione urbana, oggi assai conosciuta ma allora non tanto e ciò creava conflitto anche con l’amministrazione comunale.

Le periferie che noi conosciamo sono luoghi costernati da case di edilizia popolare, spesso palazzoni in cemento, anonimi e poco decorosi al paesaggio urbano, ma pur sempre luoghi ampi, all’interno dei quali, a differenza del centro, troviamo un gran numero di aree verdi, che permettono ancora ai ragazzi di vivere all’aria aperta.

Oggi la crisi istituzionale imperante nel nostro paese penalizza persone e ambienti e proprio le zone lontane dal centro cittadino risultano quelle maggiormente colpite per la noncuranza da parte delle amministrazioni comunali. Pensiamo agli edifici scalcinati, ad aiuole incolte alle aree verdi degradate che qualora abbandonate si prestano ad essere teatro di microcriminalità e luoghi di malvivenza.

Il fenomeno a cui si va incontro è quello che il sociologo americano Kelling individua con l’immagine della finestra rotta per spiegare come un quartiere può degenerare nel disordine e nel crimine se nessuno si occupa di mantenerlo ordinato[vii].

Pertanto, alla luce di quanto detto risulta importante saper leggere il territorio ed analizzarlo attentamente nei suoi meriti e difetti. Le zone decentrate spesso manifestano degrado, abbandono, miseria materiale e morale, ma all’osservazione attenta risultano vuoti da colmare, potenzialità inespresse ed energie da incanalare e da interpretare attraverso la relazione che lega l’uomo al suo ambiente.

Adottare tale metodologia di lavoro a Viareggio, mi ha permesso, con un lungo lavoro che ha coinvolto servizi, istituzioni e soggetti del terzo settore, nonché cittadini volontari, di risanare l’area verde degradata.

La simbiosi persona-ambiente è un elemento importante nella conoscenza dei fenomeni sociali e solo attraverso questa potremmo sperare in un recupero di energie per la trasformazione dei luoghi urbani degradati e “pericolosi “in luoghi di relazioni “sane”.  Operare una trasformazione in ambienti periferici è possibile ma i risultati saranno visibili a lungo termine nel momento in cui la trasformazione avverrà di pari passo con la presa di coscienza di un luogo, di una comunità, di un quartiere e delle sue risorse e debolezze.

Un lavoro che il prof. D’Alto ha tradotto in una pianificazione urbanistica nell’auto-progettazione degli spazi, calandosi nella dimensione del gruppo Araba Fenice ed interpretando desideri e sogni dei partecipanti, riportando  su carta planimetrica un disegno architettonico dell’intero parco, completamente auto-progettato e pensato da esclusi, inserendo al centro un luogo per gli incontri a forma di pagoda, ridisegnando l’area verde sulla base delle emozioni e dei desideri di libertà che gli autori del progetto evidenziavano nella costruzione del parco “La Fenice” a Viareggio[viii].  L’esperienza progettuale condotta negli anni da Araba Fenice onlus (2005 ad oggi) a Viareggio, pone in luce la possibilità di innescare sul territorio processi innovativi di “governance”, attingendo nuove risorse dall’energia prodotta dalla marginalità sociale e dalle potenzialità racchiuse nei luoghi degradati – dal vuoto – degli spazi pubblici non gestiti da nessuno, in stato di semi-abbandono per noncuranza delle amministrazioni comunali: parchi degradati o edifici dismessi.

      L’esperienza raccontata del “Parco La Fenice[ix] a Viareggio”, mette in evidenza la trasformazione dello spazio su cui investire energie per la riqualificazione dello spazio stesso. L’idea che ha messo in atto meccanismi innovativi di natura sociale e culturale è l’auto-progettazione, intesa come una costruzione interiore ed esteriore alla persona, fortemente motivata al cambiamento. A tale riguardo il prof. Silvano D’Alto mi ha definito una teorica dell’auto progettazione ed in merito a ciò così si esprimeva: “Auto-progettazione è l’idea che mette in movimento il gruppo, che coinvolge persone disponibili ad ascoltare proposte del gruppo e a tradurle in progetto che richiami l’attenzione degli amministratori locali. Nonostante i conflitti con le istituzioni il gruppo fortemente motivato manifesta il desiderio di non far morire il progetto di rigenerazione urbana (il parco diveniva elemento cardine per avviare una maggiore animazione all’interno del quartiere Varignano). Negli anni si è sempre creata una tensione tra il distruggere da parte delle istituzioni ciò che rappresentava un germoglio di innovazioni e creatività ed il costruire da parte del gruppo. L’idea che ha permesso negli anni l’affermarsi delle pratiche inclusive innovative (relazione carcere-territorio) è stata quella di creare partecipazione, aprendo il progetto al quartiere, alla città nel recupero intelligente e creativo di uno spazio collettivo”.

[i] Silvano D’Alto (1938-2020), docente di Sociologia dell’ambiente presso l’Università di Pisa e architetto, ha approfondito i temi della formazione del territorio e del senso che accompagna la dinamica storica e sociale degli insediamenti. Su questi temi ha pubblicato: Città dei barrios, 1998, La savana spazio e tempo, 1984, La città nascosta, 1989, Appartenere alla città, 1995, L’obsolescenza delle forme spaziali, in Città e anticittà (con A.Palazzolo e AA:VV, 1969), La partecipazione tradita ( con G.Elia R.Faenza, 1977) e altri saggi e articoli specifici).

[ii] Tali dinamiche sono ancora vive oggi ed attraverso la mia associazione araba fenice ( www.arabafeniceonlus.it) si è creato uno spazio inclusivo per persone soggette all’autorità giudiziaria e partecipativo, aperto alla cittadinanza.

[iii] Silvano D’Alto nei suoi studi ha approfondito i temi della formazione del territorio e del senso che accompagna la dinamica storica e sociale degli insediamenti urbani, dedicandosi ai meccanismi che sottendono la costruzione della città in un rapporto coevolutivo tra uomo ed ambiente che nei suoi studi ha approfondito i temi della formazione del territorio e del senso che accompagna la dinamica storica e sociale degli insediamenti urbani, dedicandosi ai meccanismi che sottendono la costruzione della città in un rapporto – tra uomo ed ambiente

[iv] Michelucci G., “Ordine e disordine”, in  La Nuova città.Quaderni della fondazione (5), Dicembre 1984, Cit. in…. Viviani, E.,  Energie ribelli/per una sociologia del cittadino, ETS, Pisa,2015( Prefazione

[v] Paolo Cottino Eleuthera Milano,2003

[vi] I barrios rappresentano una  singolare edificazione, abbarbicata sui fianchi dei cerros, è definita marginales dalle istituzioni ma nonostante ciò, continua la sua espansione, come un gigantesco cantiere perennemente attivo. Essa si estende ad anfiteatro sugli spazi urbani tradizionali e su quelli della nuova espansione metropolitana.  Interessante risulta notare  il dualismo istituzionale che anima  la stessa Caracas: da una parte una città ordinata che vive in spazi riconosciuti ufficialmente, dall’altra una città costretta ad  inventarsi quotidianamente gli spazi per la sopravvivenza.

[vii] In realtà, l’autore esemplifica un fenomeno molto complesso attraverso una semplice spiegazione. Se la finestra di una fabbrica o di un ufficio é rotta, i passanti guardandolo arriveranno alla conclusione che nessuno se ne cura, che nessuno ne ha il controllo. Presto tutte le finestre saranno rotte e i passanti penseranno non solo che nessuno controlla l’edificio, ma anche che nessuno controlla la strada su cui si affaccia. Solo bande di giovani, criminali o sconsiderati possono avere qualcosa da fare in una strada non controllata, così sempre più i cittadini abbandoneranno quella strada; questa presto diverrà uno spazio della malvivenza e del crimine.  La metafora della finestra rotta usata dal sociologo americano afferma che all’interno della  società un processo continuo di mancato rispetto delle regole – l’inizio può essere rappresentato anche dal gettare una carta per terra – produce un processo cumulativo di degrado, da ciò ne consegue  che prevenire  le piccole violazioni significa  prevenire anche i crimini gravi.

[viii] il progetto è pronto in esecutivo – ancora da realizzare – comunque sono stati realizzati arredi importanti tra cui un orto urbano e l’area nel tempo si è trasformata in un luogo sano per giochi e svago per il quartiere, noto come il parco “La Fenice” a Viareggio

[ix] Il Parco sociale La Fenice a Viareggio, Fondazione Michelucci, Firenze 2007

Viviani E,.Una tribù all’ombra delle foglie di coca, ETS, Pisa 2010

Viviani E., op. cit. Energie ribelli/Per una sociologia del cittadino: ovvero la ricerca di un linguaggio comune, ETS, Pisa 2015

anche: Parco La Fenice in Percorsi partecipativi/nella progettazione e partecipazione/metodi di esperienze e strumenti” a cura di INU edizioni

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