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Webinar estivo, un’esperienza.

sociologia generale

Webinar estivo, un’esperienza.

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SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

di Mariarosaria Monti, sociologa.

Le rivoluzioni non avvengono quando le persone adottano nuove tecnologie, ma quando adottano nuovi comportamenti
(Clay Shirky)

Sveglia alle 8. Con calma mi preparo il caffè e nel giro di mezz’ora sono già operativa.
Non ho bisogno di scegliere l’outfit, di truccarmi, di preparare la borsa, di ricordarmi di prendere le chiavi e di uscire di casa in ritardo come sempre. Faccio tutto con calma, la calma è un qualcosa che oggi in tanti segretamente anelano ma che viene tralasciata perché considerata un limite per la produttività. Ma per apprendere la calma è necessaria e, al secondo caffè, mi posiziono al PC, clicco su Zoom all’orario stabilito e mi collego all’aula virtuale. Con me sullo schermo altre 20 persone sconosciute. Ognuno con un click apre agli altri una finestra sulla sua quotidianità; chi si collega dalla sua camera, dal terrazzo o dal giardino, chi dalla spiaggia, chi è in auto, chi ancora a letto, e ognuno a sua volta curiosa, sbircia questi scorci di vita tra uno sfondo sfocato e rumori di sottofondo.
La lezione inizia quasi subito talvolta disturbata da suoni di notifiche di chi perde la connessione e chi entra in ritardo.

É da qualche anno ormai che queste piattaforme sono entrate prepotentemente nelle nostre case e hanno modificato le nostre abitudini catapultandoci nello smart working e nella didattica a distanza.
Questi strumenti hanno garantito una sorta di continuità scolastica agli studenti durante il lockdown, e oggi restano utili per chi, come me, da Napoli ha discusso la tesi di laurea all’Università di Firenze tramite piattaforma Google Meet e frequentato un corso di formazione con sede a Milano, sempre comodamente da casa.
Con la pandemia ci siamo dovuti adeguare, chi con più difficoltà come i docenti, chi con meno come i giovani, i cosiddetti “nativi digitali[1], abituati alla pervasività delle tecnologie nelle loro vite.

La Media Education non è solo l’educazione ai media attraverso un’adeguata formazione degli insegnanti, delle famiglie e dei professionisti della comunicazione per acquisire nuove competenze per un uso consapevole di questi nuovi mezzi di comunicazione, ma secondo Rivoltella[2] è anche educazione “con” i media che vengono visti come strumenti per l’educazione, per reinventare la didattica.
Già nel 2012 nascono i MOOC (Massive Open Online Courses) in modalità E-learning, accessibili a chiunque e raccolgono centinaia di milioni di iscrizioni in tutto il mondo. L’uso delle tecnologie digitali non si può solo considerare dal punto di vista tecnico ma anche metodologico e ciò comporta che i docenti devono acquisire nuove competenze digitali, metodologiche e media-educative. Il docente deve strutturare preventivamente la sua lezione online per mantenere vivo l’interesse, ma soprattutto la concentrazione e l’attenzione dei suoi studenti. La diminuzione delle soglie d’attenzione, infatti, rappresenta un effetto collaterale: il nostro cervello si sta evolvendo di pari passo all’evoluzione tecnologica. L’attenzione media durante la fruizione dei contenuti digitali è passata da 12 secondi a 8 secondi a contenuto rispetto a quindici anni fa, inferiore ai 9 secondi della soglia di attenzione di un pesce rosso[3].
I più assidui utilizzatori di dispositivi digitali faticano a concentrarsi in ambienti in cui è richiesta un’attenzione prolungata.

Peggio poi quando un miagolio distrae tutti.
Il gatto della docente ha fame proprio mentre lei ci sta spiegando la differenza tra SEM e SEO.
Ma lei, impassibile e professionale non si ferma, proprio come una giornalista del tg affronta un problema tecnico.
Sa che i tempi sono stretti e continua a spiegare chiara, precisa e veloce come un treno.
Sa che inevitabilmente l’attenzione presto calerà, che il caffè ha compiuto il suo dovere e la vista sullo schermo si annebbia, infatti dopo un po’ alcuni lamentano stanchezza e mancanza di concentrazione.
Durante le lezioni le pause sono ricorrenti ma non bastano, alcuni spengono le webcam per allontanarsi e fare altro confermando che l’uso eccessivo delle tecnologie digitali può provocare disturbi dell’attenzione, hanno un impatto sulla capacità di comprensione dei contenuti e di conseguenza dispersione piuttosto che approfondimento.

La vivacità viene introdotta nei test di apprendimento alla fine di ogni modulo e nelle esercitazioni di gruppo.
Il rovescio della medaglia alla comodità è che la relazione umana è “diminuita” dall’ambiente online e non “aumentata”, ognuno è solo davanti a uno schermo.
La stanza virtuale creata ad hoc per le esercitazioni di gruppo è una bolla di socialità dove finalmente ci si può scambiare due chiacchiere, un’opinione, una battuta e ci si rilassa un po’ lavorando sul progetto assegnato dalla docente.
Ma allo scadere del tempo i volti diventano evanescenti e si torna al reale.
Non si pranza insieme seduti allo stesso tavolo, non fumiamo una sigaretta entrando in confidenza e non ci salutiamo con un sorriso, la schermata si chiude con un conto alla rovescia portando con sé 20 volti semi-sconosciuti.
I rapporti umani diventano volatili dove non c’è una reale condivisione di esperienze ma solo di contenuti, come l’ “amicizia” sui social: il mezzo compromette la qualità delle relazioni ma ne garantisce la tenuta in vita con banali e vacue “reactions”.
La tecnologia ha modificato la nostra organizzazione mentale, il modo in cui percepiamo e ci rapportiamo al mondo, ciò che De Kerckhove ha definito “brainframe” [4] ossia gli schemi cognitivi sviluppati dall’interazione con la tecnologia localizzati nella struttura profonda della coscienza.
Come affermava Marshall McLuhan[5] gli uomini convivono con le tecnologie come dei pesci nell’acqua, ne sono assuefatti a tal punto da non chiedersi quale sia il loro ruolo nella loro esistenza ma ne percepiscono l’importanza soltanto nel momento in cui avvengono dei cambiamenti al loro interno che sconvolgono a loro volta l’ambiente in cui operano.

Alla fine ho ottenuto l’agognato attestato condividendo 120 ore e 21 giorni della mia vita con 20 volti dietro a uno schermo.
Un cambiamento pazzesco. Uno strumento davvero comodo che accorcia le distanze ma che, nel contempo, allontana.

[1] Mark Prensky, Digital Natives, Digital Immigrants. From On the Horizon (MCB University Press, Vol. 9 No. 5, October 2001)
[2] Rivoltella P.C., Media education. Modelli, esperienze profilo disciplinare, Carocci, Roma 2001.
[3] https://www.hwupgrade.it/news/web/la-tecnologia-ha-ridotto-le-nostre-soglie-d-attenzione-a-dirlo-e-microsoft_57290.html
[4] D.De Kerckhove, “Brainframes”. trad. it a cura di B. Bassi, Brainframes: mente, tecnologia, mercato, Baskerville, Bologna, 1993.
[5] McLuhan M., Gli strumenti del comunicare, Milano, Il saggiatore, 1967.

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